Quando la meditazione è un trauma
Prima di accedere al ritiro buddhista di meditazione vipassanā della tradizione theravāda, dovetti compilare un modulo in cui mi veniva chiesto se in passato avessi avuto tendenze suicide, se avessi assunto psicofarmaci, droghe, se avessi sofferto di depressione, se fossi in cura da uno psicologo, e tante altre domande.
Dopo aver compilato il modulo, lo consegnai agli insegnanti.
Il ritiro iniziò qualche ora dopo. Quasi dodici ore al giorno di meditazione seduta, intervallate dalla meditazione camminata, dal discorso dei maestri, dal pranzo, da un paio di pause, dalla cena. Il tutto rigidamente in silenzio per una settimana. Non era consentito nemmeno guardarsi negli occhi o salutarsi. Anche durante i pasti lo sguardo doveva rimanere basso. Vietata la lettura, la scrittura, l’ascolto della musica.
Fu un’esperienza strabiliante. Almeno i primi giorni.
Il quarto giorno iniziai a far fatica a dormire. Chiudevo gli occhi e vedevo lampi di luce. Mi sentivo molto agitata, come se avessi bevuto qualche caffè. Ma io non bevo caffè.
Il quinto giorno sentivo che sarei impazzita. Cominciai a percepire una fortissima agitazione anche durante il giorno, così uscivo a fumare fuori dal convento. Incontravo sempre un uomo solitario che stava partecipando al mio stesso ritiro e che sembrava appena uscito da un manicomio o da una RSA; aveva i calzini grigi, ciabattone, maglioncino aperto e magliettina corta che lasciava in bella vista l’ombelico e la sua pancia grassa. Era l’unico che quando mi vedeva accennava un sorriso e un saluto, per poi tornare ad assumere uno sguardo perso e dirigersi in sala di meditazione camminando pianissimo.
Proseguii senza mollare. Dovevo farcela, ormai era diventata una sfida contro me stessa. Ero già stata in alcuni ritiri, anche se più brevi, ed era andata bene.
Durante il pomeriggio del quinto giorno presi il mio iPod e ascoltai la musica ad alto volume. Mi misi a ballare da sola, nella mia stanza, con le cuffie alle orecchie. Ascoltai le canzoni che di solito sentivo da giovane. Non le ascoltavo da molto tempo. Erano i brani riservati ai momenti bui.
La quinta notte fu la peggiore. Mi tornarono le ossessioni. Soffro di una lieve forma di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) fin dall’adolescenza. Non dispiego gesti ripetitivi ed estenuanti per mantenere il controllo, semplicemente il mio cervello se ne va in loop su dei pensieri totalmente irreali, ma che sono così insistenti e penetranti da infondermi un senso di puro terrore. Una paura che in passato si manifestava anche fisicamente: nella mia mente arrivava un pensiero o un’immagine, iniziavo a sentire un senso di calore e d’irrigidimento nelle mani, che poi saliva fino al cuore. Il cuore cominciava a battere all’impazzata, e a quel punto il mio cervello andava in panico.
Quella notte fui invasa da ricordi brutti relativi al passato. Sentivo le ossessioni arrivare, e con loro una forte tristezza, un’angoscia immensa, e questo mi fece ancora più paura, perché sapevo che le ossessioni erano sempre state i cani da guardia di quel buco nero che era la depressione. Mi sentivo come una bambina che era stata abbandonata da sola in lacrime in una stanza buia. Dopo qualche ora svenni nel sonno per la stanchezza.
La mattina dell’ultimo giorno mi svegliai e andai a meditare. Nel pomeriggio si aprì il momento di condivisione tra i partecipanti.
Finalmente.
Com’era andato questo ritiro? Come ci si era sentiti?
Molti raccontarono le loro esperienze mistiche, di pace e benessere. Addirittura alcuni dissero che non sarebbero più voluti tornare a casa, che pensavano già al prossimo ritiro, vivevano in funzione di quello.
A un certo punto sentii la necessità di dire la mia. Durante uno dei discorsi di dharma si era parlato del libro: Una camionata di merda: e altre storie di quotidiana felicità del monaco Ajahn Brahm, di cui in passato ho letto vari testi che ho apprezzato molto.
Dissi davanti a tutti che durante il ritiro ero stata investita anche da una vera e propria “camionata di merda”, giusto per citare quel fantastico titolo. Bastò dire “merda” per vedere alcune persone trasalire. Percepii gli sguardi e i giudizi di coloro che in teoria erano lì per comprendere l’equanimità e che non esiste nessun Sé.
Spiegai cosa mi fosse successo, ma non ricevetti risposte. Era chiaro che ero lontana da quell’illuminazione che avrebbe dovuto dissipare tutto.
Quando il momento di condivisione finì, mi si avvicinò un’anziana signora, quasi con il timore di farsi vedere. Mi prese la mano e mi disse: “Grazie, grazie davvero. Anch’io durante questi ritiri non mi sento solo bene, ma vengo vista come una matta che non ha ancora capito delle cose e ho paura a parlarne. Quindi grazie di nuovo per il tuo intervento”.
Avrei voluto abbracciarla. Mi venne da piangere.
Uscii a fumarmi una sigaretta e rividi l’uomo solitario. Ci guardammo, ci sorridemmo, e di punto in bianco mi disse: “La natura sta dappertutto ma il silenzio non sta da nessuna parte”.
Lui sì che era un vero illuminato.

Ma ora, finalmente, è uscito un libro pubblicato da Ubiliber, la casa editrice dell’Unione buddhista italiana, dove si parla degli effetti avversi della meditazione senza più considerarli un tabù: Le impronte del trauma. Trauma-sensitive mindfulness e meditazione, scritto dallo psicologo canadese David A. Treleaven.
Partiamo dal presupposto che tutti abbiamo un’idea sbagliata del trauma. Tutti, nessuno escluso. Pensiamo che sia traumatizzato soltanto un reduce di guerra, un terremotato, qualcuno che abbia subìto abusi, stupri, chi abbia visto morire i propri figli, compagni, genitori. In questo libro c’è una definizione che mette bene in chiaro che cosa s’intenda con la parola trauma:
“Col tempo, tuttavia, ho imparato che il trauma, più che il contenuto di un evento, riguarda l’impatto, prima immediato e poi prolungato, che l’evento ha sulla nostra fisiologia. Come ha scritto Pat Ogden, veterana tra gli specialisti in disturbi post-traumatici: «qualsiasi esperienza che sia abbastanza stressante da farci sentire impotenti, spaventati, sopraffatti, senza scampo e profondamente insicuri è da considerarsi molto probabilmente traumatizzante». Dalla violenza vissuta come spettatori o protagonisti, alla perdita di una persona cara, fino all’essere vittima di oppressione, si può fare esperienza del trauma in molti modi diversi. E, al contrario di quanto credevo un tempo, affrontare le diverse forme di trauma personale non sminuisce l’importanza di ferite più gravi che hanno ricevuto altre persone. Anzi, questo potrebbe addirittura essere il punto di partenza per una riflessione sulle condizioni sociali che troppo spesso perpetuano il trauma”.
Ma allora potremmo essere tutti più o meno traumatizzati. Sì, ed è bene non minimizzare. Per esempio, stare a stretto contatto con due genitori che litigano non è meno grave di ricevere delle botte. Perché uno schiaffo quando arriva, arriva; crescere tra le grida, invece, ti fa vivere in uno stato perenne di allerta e di terrore, perché non sai mai quanto durerà e quando avrà fine. Vivere tra i litigi può portare il cervello a sviluppare una sorta di stato di dissociazione. I bambini non sanno come gestire le emozioni difficili.
Il trauma non si esaurisce una volta che è passato. Le sue impronte rimangono a lungo e nel profondo. È necessario integrare ed elaborare il trauma per reimparare a fidarci dei nostri sensi. Il professore e ricercatore Van der Kolk, fondatore del Trauma Center di Brookline, Massachusetts, ha scritto:
“Le persone traumatizzate non si sentono al sicuro dentro di sé: il loro corpo è diventato una trappola esplosiva. Di conseguenza non va bene sentire ciò che si sente e sapere ciò che si sa, perché il corpo è diventato il contenitore del terrore e dell’orrore. Il nemico che ha iniziato l’opera all’esterno si è trasformato in un tormento interiore”.
A volte “non bisogna svegliare il can che dorme”, e cioè andare a stimolare e a mettere alla prova eccessivamente il nostro corpo e il nostro cervello, soprattutto se abbiamo subìto traumi. Ecco con che cosa ebbi a che fare quella notte al ritiro. Come scrive Treleaven, chi non vive l’esperienza della meditazione o del ritiro come qualcosa di positivo, spesso prova una profonda vergogna. Il meditante finisce per pensare di aver fallito, di essere sbagliato. È necessario l’opposto: imparare a riconoscere, ad accettare e a rispettare la propria finestra di tolleranza. Sempre Treleaven:
“Comprendere la finestra di tolleranza serve a garantire che le persone non superino la soglia di ciò che riescono effettivamente a gestire. Quando ci troviamo al suo interno è più probabile che ci sentiremo stabili, presenti e regolati. Viceversa, quando se ne superano i confini è più facile sentirsi ri-attivati, fuori controllo e disregolati”.
I traumi rimangono come cicatrici, ma certe situazioni sono capaci di riaprire le ferite. È questo che si dovrebbe evitare. Come? Usando la consapevolezza per conoscerci e riconoscere cosa riaccende determinati stati emotivi, per poi imparare a proteggerci. Anche un profumo, l’odore degli incensi, non rispettare i confini fisici o dire certe parole possono risvegliare traumi.
Nello studio Adverse Childhood Experiences, una delle più grandi indagini sull’impatto dei traumi infantili nella salute fisica nel corso della vita, è emerso che un bambino su dieci si trovava in una casa in cui un genitore veniva trattato in modo violento e uno su quattro aveva subìto abusi fisici. Il problema è che seguendo questi bambini nel corso del tempo, lo studio ha anche rivelato che le esperienze traumatiche precoci si ripercuotono anche una volta diventati adulti:
“I bambini con più esperienze traumatiche presentavano una probabilità molto maggiore di soffrire di depressione cronica e di avere problemi di salute importanti, così come una probabilità da tre a cinque volte maggiore di tentare il suicidio”.
Tempo fa mi successe un’altra cosa. Andai a un ritiro di meditazione in un monastero zen. Scelgo sempre la stanza singola perché so che faccio fatica ad addormentarmi prima di mezzanotte. Sono una surrenale che preferisce andare a letto tardi. Si nasce e si muore gufi oppure allodole, non si cambia. Prima di dormire devo leggere un po’ perché mi rilassa molto; è provato da studi scientifici che leggere anche solo qualche pagina riduce i livelli di stress. In quel monastero, però, le stanze singole non hanno dei veri e propri muri a separare le stanze, per metà hanno del vetro opacizzato. Così, il primo giorno, una volta andati a letto alle 21, mi misi al collo la mia lucina da lettura per non dare fastidio a nessuno, ma di lì a poco una signora vicino alla mia stanza iniziò a lamentarsi e a insultare chi aveva ancora la luce accesa. Una coppia di ragazzi spense la luce dopo che la signora era andata a bussare e a lamentarsi alla loro porta. Io non la spensi.
La signora iniziò a inveire contro di me. Di rimando, dall’interno della mia stanza, le dissi che avevo scelto la singola appositamente per poter leggere e stare tranquilla e che la luce era davvero fioca. Nulla da fare. Non smise di lagnarsi e di accusarmi. A quel punto sentii crescere in me una forte agitazione. L’ansia prese il sopravvento. Per un po’ feci fatica a realizzare che non ero a casa con mia madre che mi sgridava perché non riusciva a prendere sonno per colpa del mio raffreddore, della tosse o perché tornavo a casa troppo tardi la sera.

Probabilmente anche la donna di fianco alla mia stanza aveva subìto i suoi bei traumi, proprio come mia madre, non potevo farci nulla. Spensi la luce e uscii a fumarmi una sigaretta guardando le stelle. Era il periodo in cui facevo la psicoterapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), capii che ero nel pieno dell’elaborazione del mio passato e la mia finestra di tolleranza era davvero sottile. Rientrai, feci le valigie e me ne andai. Non avrei mai potuto sopportare altre quattro notti in quel modo. Non era colpa di nessuno.
Una volta in auto sentii il mio umore migliorare. Misi la musica ad alto volume e tornai a Milano cantando e sorridendo. Mi ero protetta. Mi ero fatta del bene, e senza temere giudizi. Il giorno dopo mandai una mail al monastero spiegando l’accaduto e mi risposero che erano dispiaciuti e che capivano cosa fosse successo.
Nei miei libri parlo sempre di controindicazioni delle pratiche meditative e dello yoga, sono una delle poche a farlo. Inserisco sempre un capitolo al riguardo in ogni mio testo. Lo faccio perché ho vissuto gli effetti collaterali della meditazione in prima persona, e non vorrei che capitasse anche ai miei allievi e ad altri meditanti.
La meditazione e la mindfulness (e così lo yoga) possono risvegliare traumi, causare ansia, disagio, agitazione, inquietudine, stati di dissociazione e non soltanto durante lunghi ritiri di meditazione. Quindi? Non dovremmo meditare? Dovremmo averne paura? No, ma le persone vanno informate, gli allievi vanno avvisati. Per esempio, prima di partecipare a un Protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) è bene chiedere se si è in cura da uno psicologo, se si stanno assumendo psicofarmaci e, soprattutto, non si devono far partecipare persone borderline, schizofreniche o che hanno appena subìto lutti. Tutti coloro che hanno problemi di dipendenza, alcolismo o che stanno attraversando una depressione grave, vanno accolti con attenzione: solo se sono seguiti da psicologi – i quali vanno avvisati – o se sono in fase remissiva.
Per insegnare meditazione o mindfulness non è necessario essere terapeuti ma nonostante questo certi psicologi vogliono far credere che queste pratiche appartengano a loro, quando invece bisognerebbe controllare che i terapeuti siano dei meditanti e che conoscano bene queste dinamiche.
Treleaven racconta di aver ricevuto e di continuare a ricevere tantissimi pazienti e meditanti che hanno riscontrato questo tipo di problemi. La Mindfulness può essere d’aiuto, ma bisogna essere istruttori certificati capaci di guidare gli allievi con questo tipo di problematiche, che vanno considerati a tutti gli effetti dei sopravvissuti. In molti casi è bene interrompere per un po’ la meditazione e consigliare un percorso di psicoterapia a parte, e dopo un po’ tornare a meditare.
Le pratiche improntate alla Mindfulness possono rafforzare la consapevolezza del corpo, aumentare l’attenzione e la capacità di regolare le emozioni, possono diminuire il volume della materia grigia nell’amigdala – con conseguente riduzione della reattività ai trigger legati ai traumi – possono contribuire a un ispessimento delle aree della corteccia prefrontale nel cervello, il che significa essere in grado di esercitare un maggior controllo esecutivo sull’impulsività delle azioni generate dal cervello emotivo.
“La Mindfulness, per fortuna, è in grado di affrontare tutto questo: rafforza la nostra capacità di restare presenti di fronte a ciò che sembra insopportabile”.
Ma non possiamo dimenticare che in certi momenti la meditazione può anche peggiorare i sintomi dello stress traumatico, generando flashbacks, aumento dell’attivazione emozionale e dissociazione, disconnessione tra i pensieri, le emozioni e le sensazioni fisiche. E questo vale sia in contesti Mindfulness legati al Protocollo MBSR sia in contesti buddhisti. Bisogna essere pronti a gestire la situazione di disagio degli allievi, riconoscerla ed evitare la ritraumatizzazione. È necessario capire che le cose possono essere cambiate soltanto nel momento in cui si sceglie di affrontarle.
Più volte ho raccontato del mio primo incontro con lo yoga, ormai vent’anni fa. Ne ho scritto in vari articoli e nei miei libri. Ricordo benissimo quanto stetti male, quanta ansia e agitazione provai durante la pratica. E mi sentii sbagliata, perché tutte le persone intorno a me sembravano così tranquille. Stavo entrando in contatto con le mie emozioni e sensazioni in modo forzato e insopportabile. Ma io, in quel periodo, non volevo sentire niente. Sarei voluta sparire. Avrei voluto dimenticare. Eppure, oggi insegno yoga e meditazione, sono una formatrice e istruttrice mindfulness e del Protocollo MBSR. Non l’avrei mai creduto possibile. La pratica mi ha cambiato e ha dato un senso alla mia vita. Scrivo anche libri al riguardo. Ho fondato “L’Approdo”, una specie di “posta del cuore della meditazione” dove le persone possono scrivermi per parlare di tutti i problemi e degli effetti avversi che riscontrano durante la pratica. Non parlare anche delle controindicazioni rischia di far perdere una grande occasione alle persone che in realtà ne avrebbero più bisogno.
Questa è divulgazione. Questo è dharma. Questa è compassione. Questa è consapevolezza.
Articolo scritto per la rivista culturale Pangea.news
La mindfulness per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo
Nel mio allegato uscito per Corriere della Sera, Io Donna e Gazzetta dello Sport, intitolato "Mindfulness.Teoria e pratica. I legami con la filosofia", ho raccontato anche la mia storia personale e di come e perché mi sia avvicinata alla mindfulness.
Uno dei motivi? Soffro fin dall'adolesenza di una forma lieve di Disturbo Ossessivo-Compulsivo, che ho imparato a gestire grazie alla psicoterapia e alla mindfulness. In che modo?
Ve ne parlo in questo piccolo estratto:
"In un articolo nel blog della Federmindfulness, si è parlato specificatamente del contributo della Mindfulness nel trattamento del doc, che è considerato una delle condizioni psichiatriche più invalidanti, in grado di compromettere in modo significativo la qualità della vita, il funzionamento lavorativo e le relazioni sociali.
Il disturbo consiste nella presenza di pensieri, impulsi o immagini intrusive e ricorrenti (ossessioni), spesso associati a comportamenti ripetitivi o rituali (compulsioni) che si mettono in atto con l’intenzione di ridurre l’ansia e il malessere provocato dalle ossessioni.
Di solito il disturbo esordisce durante l’adolescenza e, se non viene trattato, può cronicizzarsi (Bürkle, Schmidt & Fendel 2025).
Anche la terapia cognitivo-comportamentale si rivela utile per il trattamento del doc, ma un terzo dei pazienti così trattati dichiara di non aver ottenuto una riduzione clinicamente significativa della gravità dei sintomi, evidenziando la necessità di strategie terapeutiche complementari.
La Mindfulness, invece, aiuta a entrare in un’ottica di accoglienza, accettazione e tolleranza dei pensieri, anziché sopprimerli, evitarli o cercare di neutralizzarli (Bürkle, Schmidt & Fendel 2025).
È questo che mi ha aiutato e che ha fatto la differenza: osservare la mia mente senza reagire in modo impulsivo e giudicante. Tramite questa pratica, i pazienti imparano a riconoscere i pensieri ossessivi come eventi mentali transitori, e non come verità assolute o minacce da neutralizzare.
La Mindfulness aiuta a cambiare il proprio rapporto con i contenuti mentali. Non conta ciò che pensiamo, ma il modo in cui i pensieri vengono vissuti. La pratica incrementa una maggiore flessibilità e gentilezza verso sé stessi e, soprattutto, una maggiore tolleranza dell’incertezza (Bürkle, Schmidt & Fen- del 2025).
I programmi basati sulla Mindfulness e sull’accettazione (Mindfulnessand Acceptance-Based Programs) sono risultati efficaci nel trattamento del doc e dei sintomi depressivi, con benefici osservabili sia al termine del trattamento sia nei follow-up successivi.
I pazienti hanno notato miglioramenti sia per quanto riguarda la gravità dei sintomi, sia nella riduzione dell’ansia, oltre a percepire miglioramenti moderati nei sintomi depressivi (Mindfulness and acceptance-based programmes for obsessive compulsive disorder: A systematic review and meta-analysis, 2025).
Da quando ho cominciato a praticare e a insegnare Mindfulness, le ossessioni non sono sparite completamente, ma vengono a trovarmi con molta meno frequenza, sono meno travolgenti e sempre meno credibili. Le vedo arrivare, attraversano la mia mente, ma anziché reagire in preda all’ansia, le osservo con curiosità per quello che sono: pensieri, non fatti. Non lotto, li accetto e li lascio passare anziché reagire con una compulsione".
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Il rimedio "mindfulness" della nonnna
Nel mio allegato "Mindfulness. Teroria e pratica. I legami con la filosofia" uscito con Corriere della Sera, Io Donna e Gazzetta dello Sport ho parlato di un rimedio della nonna molto "mindful".
Ecco qui un piccolo estratto dal mio testo dove racconto proprio questo aneddoto.
"L’altro giorno stavo scrollando la bacheca di Instragram e mi è comparso un post che mi ha fatto molto sorridere. La frase impressa sulla foto suonava più o meno così: «Conta fino a dieci e poi rispondi! Sapevi che la nonna stava facendo neuroscienza senza saperlo?».
Sembra infatti che i neuroscienziati abbiano confermato che quella frase che abbiamo detto più volte o che c’è stata detta da parenti o amici, non sia soltanto una frase di circostanza o la richiesta di una «pausa di cortesia».
È un rimedio molto utile e molto «mindful»: quei dieci secondi servono al cervello razionale (corteccia prefrontale) per prendere il controllo sull’amigdala, la torre di controllo delle nostre emozioni, tra cui rabbia, disgusto, tristezza, gioia e paura. Quei pochi secondi servono per non reagire in modo istintivo. È esattamente ciò che s’insegna durante la quinta sessione del Protocollo mbsr.
Allenare la consapevolezza serve a dilatare quella pausa: pochi secondi che possono fare la differenza o cambiare il corso della vita. Pensa a chi si è rovinato l’esistenza per sempre soltanto per aver reagito in preda alla rabbia, magari picchiando o ferendo qualcuno a morte. Quella pausa dura pochi secondi, ma è in quell’esatto momento che dobbiamo essere in grado di riconoscere che cosa sta accadendo all’interno di noi stessi: identifi- care la sensazione della rabbia, sentirla arrivare, aspettare, respirare, pensare, e poi trovare il modo più appropriato per rispondere e gestire la situazione.
Quei famosi dieci secondi, cui anche la nonna chiedeva di prestare attenzione, servono alla mente per capire cosa fare, per prendersi del tempo per fermarsi e riflettere".
E tu cosa ne pensi?
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La consapevolezza secondo Jean-Jacques Rousseau
Oggi voglio proporvi un piccolo estratto dal mio testo scritto per la collana del Corriere della Sera “Mindfulness. Teoria e pratica”.
Ho trattato il tema de I legami con la filosofia.
Ho citato un filosofo in particolare che a un certo punto della sua vita ha fatto della consapevolezza il suo cammino: Jean-Jacques Rousseau.
“Nel 1762, il filosofo Jean-Jacques Rousseau venne esiliato. I suoi testi Emilio o dell’educazione e Il contratto sociale furono considerati eretici, offensivi, blasfemi, puri attacchi alla religione e alla monarchia e vennero banditi da Parigi e Ginevra.
Rousseau visse da errabondo per anni, cambiando spesso città o Paese, Ginevra aveva emesso un mandato di arresto. Dovette nascondersi, lontano dagli uomini e dal dileggio. Passò dagli onori e dalla fama alla derisione e allo sberleffo. Ma fu proprio durante questi anni che scrisse un libro di estrema sensibilità e profondità: Le passeggiate del sognatore solitario, un invito alla contemplazione e alla consapevolezza, tra meditazioni, trasognamenti e puri momenti di estasi. In alcuni passaggi, in particolare, Rousseau sembra un vero maestro di meditazione. Parla di come gli sia divenuta chiara la necessità di ambire a una vita semplice e ricca di grazia:
«Tutto sulla Terra è in un flusso continuo. Niente vi mantiene una forma immota e costante».
Rousseau scrive di come il passato sia qualcosa che non vi è più e di come l’avvenire potrebbe non essere affatto; nulla è davvero solido e stabile. Non c’è nulla su cui il cuore può attaccarsi. La stessa concezione della felicità non può essere durevole. I piaceri sono transitori. La felicità non sembra essere fatta per uomini che cambiano continuamente, smettono di amare ciò che amavano, i cui progetti di felicità a volte diventano chimere. Bisognerebbe imparare ad approfittare dei momenti di contentezza ma senza l’intenzione di incatenarli.
È possibile riposare e ritemprarsi solo nel fugace momento presente. Un luogo dove il tempo cessa di esistere e dove non figura nessun sentimento di privazione o godimento, di dolore o piacere, di desiderio o di timore. Solo una persona in grado di dimorare nel momento presente può definirsi felice di una felicità autentica, non imperfetta, misera o relativa, «che non lascia nell’anima alcun vuoto che senta il bisogno di colmare». Una condizione ideale.
La presenza mentale permette di godere di ciò che non si trova all’esterno ma all’interno, rende possibile la capacità di bastare a sé stessi. La propria esistenza diventa sufficiente, amabile e dolce, dona pace e contentezza. Sono le passioni sensuali e mondane a distrarci dall’unica cosa che è in grado di darci ciò di cui abbiamo veramente bisogno: la grazia del qui e ora.
Rousseau dà dei consigli degni di un monaco: colui che si dispone in questo stato deve evitare l’assoluto riposo e l’agitazione eccessiva, e favorire un moto moderato e costante, senza pause né accelerazioni. Perché se il movimento è eccessivo o discontinuo, questo ci sveglia, e gli oggetti che ci circondano tornano ad attirare la nostra attenzione. È questo che infrange la grazia del trasognamento; è questo a strapparci dalla nostra interiorità e a ricondurci in modo brusco sotto il giogo della fortuna o delle sventure.
Non è consigliabile neanche un silenzio assoluto, che rischia di portare tristezza e offre soltanto un’immagine della morte. È necessaria un’immaginazione gioiosa, che è più facile che si manifesti in coloro che sono capaci di essere gratificati dal cielo. Si può godere di tutto ciò ovunque sia possibile essere tranquilli, perché non occorre molto per ricordarsi di sé e dimenticare i propri mali. La vera libertà dell’uomo consiste nel non fare mai ciò che non vuole, non nel fare ciò che vuole.
Ovviamente la natura e le sue meraviglie possono facilitare l’abbandono all’estasi, se il contemplatore e il meditante hanno un’anima sensibile. Cogliere la grandezza del momento presente vuol dire perdersi nella deliziosa ebrezza dell’immensità dell’universo, dove diventa possibile identificarsi. E allora ecco che le cose singole sfuggono, non si vede e sente più nulla, tranne che il Tutto.
Ma ciò diventa impossibile se la mente è troppo occupata o riempita da altre priorità, se si mette tutta la propria energia a inseguire interessi materiali o profitti. È possibile ritrovare la propria consistenza nella solitudine, ma per coglierla è necessario che il cuore sia placido e la mente lucida e pulita come uno specchio privo di polvere”.
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Ho avuto bisogno di fermarmi. E tu?
Mi rendo conto solo ora di quanto sia stato duro quest’ultimo anno.
Ho trascorso questi giorni di Pasqua da sola a casa in una sorta di ritiro spirituale, in silenzio, senza social, senza vedere quasi nessuno, tranne domenica a pranzo, momento in cui ho trascorso qualche ora con i miei cari, mangiando quel poco che basta.
Avevo bisogno di fermarmi, di piangere, di pensare, di scrivere, di meditare e pregare.
Non mi sono mai sentita così sola e allo stesso tempo così forte.
Perché non prendiamo più questi momenti di festa come un’occasione per fare il punto, per capire cosa c’è da cambiare, per capire come ci sentiamo davvero nel profondo dell’anima? Perché dobbiamo sempre riempirci le giornate di cose da fare, di persone da vedere? Cosa abbiamo paura di perdere?
Immagino che molti siano arrivati a martedì ancora più stanchi, stremati. Molti avrebbero voluto scendere dalla giostra, ma non lo hanno fatto come per senso di colpa.
IL VUOTO
E allora quand’è che dedichiamo dello spazio alla riflessione se ogni istante è quello buono per inventarsi un modo per riempire il vuoto?
Cos’è che ci fa così paura? Capire che stiamo sbagliando o che abbiamo sbagliato troppe cose? Che non siamo dove vorremo essere? Che non vorremmo vivere la vita che stiamo vivendo? Che vorremmo cambiare tutto ma non sappiamo da che parte cominciare? Non vogliamo vedere che mancano le forze?
Eppure il tempo che abbiamo a disposizione non è fatto per correre. Siamo fatti per ascoltare e per muoverci con consapevolezza.
Questo vuoto mi ha insegnato più di mille parole. Questi giorni di sofferenza, Resurrezione e ascesa mi hanno fatto sentire nel posto giusto. Sono rimasta, anziché scappare. Perché è così che arrivano le risposte.
Come disse Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”.
E cioè: segui il tuo cuore senza mai tradire te stesso e non sbaglierai mai.
Ecco a cosa mi è servita la Pasqua, non a fare gite, viaggi o pranzi senza fine, ma a recuperare il rapporto con me stessa e la contemplazione, senza fare nulla, guardando il cielo fuori dalla finestra, senza la smania di raggiungere obiettivi o luoghi sempre troppo lontani dallo spirito sostanziale dell’esistenza.
Come possiamo pensare che le cose possano migliorare se non facciamo tutto questo? Dove pensiamo di andare sempre trafelati? Come pensiamo di vivere se non siamo mai intenzionati a sentire, a restare in ascolto anziché parlare, sempre, continuamente.
LA MENTE
Il silenzio è la vera dimora. È lì quello che cerchiamo e che non fa paura.
Come scritto nel testo sacro indiano Maitriya Upanishad:
“C'è qualcosa al di là della nostra mente che dimora nel silenzio della nostra mente. È il mistero supremo al di là del pensiero. Lasciate che la vostra mente e il vostro corpo sottile si posino su questo e non si posino su nient'altro”.
Non temete ciò che c’è fuori, spesso il nemico risiede nel vostro mondo interiore. Fatta pace con quello, siete già ben oltre metà del cammino.
Quando poi capirete che non c’è mai stato nessun nemico, allora sentirete quella pace tanto agognata, e sarete liberi.
Smettiamola di avere paura dell'amore
Sui social e sui giornali ho notato che spesso escono articoli che parlano del valore dell’indipendenza femminile, della bellezza di essere single, di quanto sia gratificante essere libere senza dover rendere conto a nessuno.
Escono articoli che parlano di storie d’amore tra personaggi della vita reale o dei film, e subito dopo escono articoli che definiscono queste storie come “amori tossici”, e con un po’ troppa facilità.
Ormai gli uomini sembrano tutti narcisisti patologici, bastardi, infedeli, cattivi. Se non li odi sembri non essere “femminista”.
Io mi considero una grande femminista ma non sono mai arrivata a odiare gli uomini, nemmeno i miei ex, nemmeno quelli che mi hanno fatto del male.
E, soprattutto, non ho mai smesso di credere nell’amore.
Penso fermamente che l’amore sia la cosa più bella che possa capitare nella vita di una persona.
Non sono una che pensa che sia meglio stare da soli. È molto più bello stare in coppia quando si trova la persona giusta.
Basta con questa retorica del “meglio soli”. L’essere umano non è portato per stare da solo.
L’amore va difeso, protetto, osannato, agognato, ma mai cercato in modo ossessivo.
È bene bastare a sé stessi e non avere paura di stare da soli, ma a volte sembra che alcuni vogliano vendere una grande bugia di elogio della solitudine a un target di business molto ampio.
Sembra che se non stai da sola vuol dire che non sei realizzata e che sei quasi “inferiore”.
Invece non c’è nulla di male a volere qualcuno nella propria vita e a essere tristi se non lo si trova.
Che male c’è nel desiderare un amore passionale che faccia perdere la testa o averne uno e pensare di non poter più vivere senza di lui?
L'AMORE ROMANTICO
Dov’è finito il romanticismo?
E invece, anche sui social, sta diventando quasi strano o sbagliato farsi vedere in coppia o mostrare il proprio compagno/a. Come se fosse poco cool o qualcosa da nascondere o che potrebbe disturbare. Se poi non lo facciamo per una questione di privacy, allora ben venga.
Il problema vero è che sta diventando sempre più difficile conoscere e trovare un buon compagno. Basta parlare con le trentenni o le quarantenni di oggi a Milano.
C’è molta disillusione se non disperazione. C’è paura di restare da sole, ma non perché non lo si sappia fare, ma perché è il sogno di molti avere qualcuno con cui condividere il viaggio.
La vita è già abbastanza dura in coppia, lo è ancor di più da soli.
Quindi, non abbiate paura di rischiare, di provare, di buttarvi, di dichiararvi anche se durerà poco, anche se non sarà quello giusto.
Ritentate.
E una volta che avrete trovato l’amore, proteggete il nido, perché la verità è che non c’è nulla che conti di più al mondo.
Non c’è successo o soddisfazione materiale che possa equipararsi al valore dell’amore, ovviamente anche a quello filiale o per il prossimo.
Abbiate cura di chi vi farà sentire al sicuro, ascolterà, capirà, non vi giudicherà, vi permetterà di essere voi stesse, non mentirà, non tradirà, non nasconderà nulla, non metterà nulla al di sopra di voi, vi desidererà sempre, vorrà che esista un altrove solo per stare con voi in eterno.
La maledizione della scrittura. Ovvero: discorsi intorno a “La mattina scrivo”
La mattina medito – poi scrivo.
Ho cominciato a scrivere a dodici anni, quando mia madre mi regalò il classico diario segreto con il lucchetto. Da quel giorno non ho più smesso di scrivere. Ho ventidue diari. Li conservo ancora tutti. Ho sempre voluto scrivere, ero felicissima quando in classe arrivava il giorno del tema.
A quattrodici anni facevo già la baby sitter, la telefonista in una pizzeria e ogni tanto andavo ad aiutare mia madre a fare le pulizie negli uffici. E tutto per avere qualche soldo. Poi, crescendo, ho fatto la gelataia, la segretaria, la cameriera. E intanto mi pagavo l’Università.
Nel frattempo cercavo di risolvere i miei problemi mentali, tra psicofarmaci e alcolismo conclamato, il tutto mentre studiavo, lavoravo e iniziavo a trascrivere i miei diari segreti per farne un’autobiografia. Lo facevo mentre lavoravo come segretaria part time in uno studio legale; invece di studiare per gli esami, mi portavo il computer per scrivere il mio primo romanzo. Perché avevo capito cosa volevo fare: scrivere. Mio padre mi disse di tenermi un lavoro vero e di non farmi venire strani grilli per la testa. E poi, chi cavolo mi credevo di essere?
Inutile dire che dopo qualche mese non avevo concluso un bel niente. Non avevo dato esami, il mio romanzo faceva schifo, e anche come segretaria legale stavo iniziando a fare schifo.
Mollai tutto e mi trovai un lavoro full time come receptionist, a tempo indeterminato, ma dopo meno di un anno volevo morire. Non potevo leggere, non potevo scrivere, non potevo vivere. Arrivavo a sera stremata e uscivo a bere per non pensare più.
Mollai tutto. Di nuovo.
Mi cercai nuovamente un part time per avere tempo per studiare e per scrivere.

Frequentando i concerti e i locali notturni di Milano, conobbi tantissime persone, tra cui dei giornalisti e degli addetti agli uffici stampa che si occupavano di musica. Così cominciai a scrivere qualche recensione per delle riviste – ovviamente gratis. Dopo poco mi lasciarono a casa dal lavoro. Ero stanca, distrutta, non ne potevo più di cambiare mansione ogni tre mesi, e intanto studiare, provare a dare gli esami e ubriacarmi tutte le sere. Pubblicai un post su Myspace – il primo social network di noi millenial – in cui dichiaravo tutta la mia disperazione; chiesi anche se qualcuno avesse un lavoro da offrirmi. Mi arrivarono un paio di proposte: critica musicale e stagista per un ufficio stampa. Accettai subito. Finalmente avrei potuto scrivere ed essere anche sottopagata per farlo. Cominciai a lavorare otto ore al giorno. Mollai l’Università, dopo qualche tempo smisi di bere, e successivamente cominciai a lavorare a tempo pieno in una redazione che si occupava d’arte, altra mia grande passione.
Ma a un certo punto la voglia di scrivere divenne troppo forte. Non mi bastava più fare qualche recensione, articoli, interviste. Mi dedicai completamente alla stesura del mio primo romanzo, che finii per pubblicare con una minuscola casa editrice indipendente. Poi pubblicai il secondo, che ricevette qualche bella recensione, la prefazione di Andrea G. Pinketts e qualche piccolo premio letterario. Nel frattempo, avevo cominciato a praticare yoga e meditazione, sempre per gestire le mie turbe psichiche, che dopo anni di psicoterapia erano comunque migliorate. Finii per appassionarmi talmente tanto alle discipline orientali da scegliere di mollare tutto (ancora una volta) e di dedicarmi soltanto allo studio, alla pratica e all’insegnamento della meditazione.
Continuavo a scrivere i miei diari e i miei romanzi, ero diventata una giornalista pubblicista, ma sentii anche il forte desiderio di cominciare a scrivere articoli sul mondo della meditazione, e poi libri. Ho pubblicato il mio primo saggio Il Pensiero Tibetano con Giunti Editore, che si può considerare un bestseller, e poi altri tre saggi, e a breve pubblicherò un altro saggio e un altro romanzo, e ne ho già pronti altri.
Ma no, non si vive comunque di sola scrittura. È raro, se non impossibile. Se poi parliamo di romanzi, una delle storie più veritiere e realistiche è proprio quella di Franck Courtès, il cui libro autobiografico è da poco uscito in Italia con il titolo La mattina scrivo, da cui è stato tratto anche l’omonimo film diretto da Valérie Donzelli e presentato alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Franck è un affermato fotografo francese che immortala celebrità, politici e musicisti. Guadagna tra i tremila e gli ottomila euro al mese. Ma un bel giorno molla tutto per la scrittura. È nauseato dal mondo della fotografia che inizia anche a essere un settore un po’ in crisi. Fa niente se ha due figli, una moglie, un appartamento a Parigi di centinaia di metri quadri con una vista favolosa. Lui prende e molla tutto, come quando s’impazzisce per un amante. Perché la spinta alla scrittura ha qualcosa di sessuale, è un istinto vitale, una passione che non conosce freni. Solo chi scrive sa cosa si sia disposti a fare. Come Franck, che pur di scrivere si ritroverà a diventare povero e a fare lavoretti come tuttofare. Perché il primo libro venderà poco, e così il secondo, e il terzo, nonostante le apparizioni alla radio, gli apprezzamenti della critica. Perché è così che funziona, lo dice anche Franck: magari ti ameranno, ti apprezzeranno, ti osanneranno, ma non è detto che avrai successo e che diventerai ricco.

Sono uscita dal cinema in lacrime, con il magone, singhiozzando. Molti intellettuali dicono che sei uno scrittore solo se scrivi romanzi, altri che sei un vero scrittore solo se guadagni grazie alla scrittura. La verità è che uno scrittore è uno che scrive, sempre, comunque, e che non può farne a meno, che guadagni oppure no, che scriva romanzi oppure no, che riesca a pubblicare oppure no. È uno che ha una fiamma, dentro, che non si spegne mai, e che brucia, brucia e si mangia via tutto. Una malattia che non dà tregua.
Lo scrittore è come un giocatore d’azzardo che non riesce a smettere, che continua a puntare, che spera sempre che la prossima giocata sarà quella vincente, la mano successiva quella giusta, il prossimo libro quello della svolta e del successo. Il libro che deve ancora nascere.
Scrivere vuol dire sacrificio, rinunce, compromessi.
Oggi io insegno mindfulness e scrivo un genere di libri che è molto richiesto in questo periodo, ma in passato mi sono ritrovata anch’io a litigare con i miei ex perché guadagnavo troppo poco, pur non mollando di un passo. E ho scelto i libri e non i figli, perché, come scrisse Denis de Rougemont in L’amore e l’Occidente:
“Sì, i romantici hanno ragione: e han ragione i realisti; e han ragione anche i letterati, quando in nome della loro vocazione dichiarano che bisogna scegliere tra fare dei libri o dei bambini: aut liberi aut libri, diceva Nietzsche”.
Flaubert, invece, in una lettera alla sua amata scrisse:
“Io penso spesso con tenerezza agli esseri sconosciuti, ancora non nati, stranieri, ecc., che si commuovono o si commuoveranno delle mie stesse cose. Un libro vi crea una famiglia eterna nell’umanità. Tutti quelli che vivranno dei vostri pensieri sono come dei figli seduti alla vostra tavola in casa vostra”.
Anch’io chiamo i miei libri figli. E mi commuovo quando qualche lettore mi scrive e mi ringrazia e mi dice che magari gli ho cambiato la vita. I libri che ho letto e che ho scritto sono stati la mia famiglia, sono stati e continuano a essere una delle ragioni che mi fa alzare dal letto la mattina, pur vivendo in un mondo che legge sempre meno, dove anche i finalisti al Premio Strega vendono quattrocento copie; dove con l’Intelligenza artificiale sembrerà che scriveranno tutti, ma davvero tutti, più o meno come adesso; dove le librerie e le case editrici chiudono; dove i libri spariranno del tutto; dove i tuoi amici e i tuoi parenti sono gli ultimi ad appoggiarti e a comprare i tuoi libri, figuriamoci a leggerli, proprio come succede a Franck, che durante una telefonata con la moglie scopre che no, i suoi libri non se li caga nessuno in famiglia, anzi, l’unica richiesta che gli fanno è: non metterci nei tuoi libri, dimenticando la famosa frase di Oriana Fallaci: non metterti mai con uno scrittore, finirai sicuramente in un libro.
Noi scrittori siamo rimasti uguali in un universo che non è più lo stesso.
E magari, un giorno, diventerai pure ricco, ma di una ricchezza di cui non ti frega niente, se non per il fatto che ti permetterebbe di avere tempo per scrivere senza tutta quest’ansia. Perché tanto, anche Franck, una volta diventato ricco, non farebbe altro che scrivere. Ma intanto, perché tosare l’erba, montare armadi e scaricare sacchi solo al pomeriggio?
Perché La mattina scrivo.
Articolo tratto dalla rivista culturale Pangea.news
Ho sempre aspettato la stabilità per essere felice. Ho sbagliato.
Stamattina ho avuto una vera illuminazione dopo una pratica di Body Scan.
Di solito mi siedo a meditare per almeno trenta minuti, ma stamattina ero davvero a pezzi e mi sono sdraiata per praticare.
Ho iniziato a portare consapevolezza alle piante dei piedi, poi alle gambe, su fino al bacino… fino a qui tutto bene.
Quando sono arrivata all’addome, ho come avuto la sensazione di avere gli organi invasi da una nube nera. Sì, la sensazione è stata proprio quella.
Poi mi hanno assalito un’infinità di pensieri. La mia pancia somatizza tutto, da sempre.
Mi sono passati davanti gli ultimi anni della mia vita, che sono stati pesanti. Poi ho inizaito ad andare a ritroso, e mi sono accorta che nel mio passato ci sono sempre stati momenti difficili, delle pause di serenità più o meno lunghe, e poi ancora problemi.
Poi è arrivato anche un altro pensiero: non è solo la mia vita a essere fatta così, ma quella di tutti, anzi, ecco un’altra intuizione, è proprio la vita a essere fatta così!
L'INTUIZIONE
Ed ecco l’intuizione: ho sempre aspettato la stabilità per essere felice, pensavo di aver bisogno di sicurezza, di certezze, ma l’unica verità assoluta è che tutto cambia continuamente.
Hanno ragione i buddhisti, tutto è impermanente, e lo sapevo già, e ne scrivo da tempo, ma un conto è leggere qualcosa al riguardo e scriverne, e un conto è sentirlo dentro, interiorizzare questa cosa.
Ecco perché non possiamo aspettare di essere felici – e non ha nessun senso farlo – perché le acque staranno calme per un po’, ma poi arriveranno altri cambiamenti.
O impararemo a essere in pace nel qui e ora nonostante tutto, o non lo sarai mai. O imparemo a fluire o non saremo mai soddisfatti.
Non possiamo aspettare che le cose vadano sempre come speriamo e che siano “perfette”. Anche perché la vita, a volte, sembra farci lo sgambetto proprio nei momenti più belli. Ma non è che ci sia qualcuno intento ad accanirsi contro di noi, è che la vita funziona così: ci sono momenti di stabilità e momenti in cui tutto ti crolla addosso, momenti in cui tutto è bellissimo e momenti in cui tutto sembra spezzarsi.
Quell’altalena, è la vita stessa.
E allora la nube nella mia pancia si è dipanata, mi sono sentita comunque al sicuro, ho capito di poter stare bene anche nell’incertezza, senza aspettarmi nulla. E questo che cambia tutto.
E cosa accade quando capisci qualcosa durante la meditazione? Perché di questo si tratta, non di annullare il pensiero. La stessa pratica buddhista vipassana vuol dire “meditazione analitica” o “insight meditation”; non si tratta di starsene lì come delle statue.
IL PUZZLE
Accade che un pezzo importante del puzzle trova finalmente il suo posto, e che quel pezzo andrà a formare la base della tua evoluzione. Accade che quell’intuizione entrerà a far parte di te e non se ne andrà più, perché non si tratta di qualcosa che hai pensato o intellettualizzato, ma di qualcosa che hai sentito realmente, di cui hai fatto esperienza.
E poi ho proseguito la mia pratica, ho lasciato andare, sono tornata al presente, al corpo, al respiro.
Avevo meditato per cinquanta minuti, non me ne ero nemmeno accorta.
Ed è stata una delle pratiche più importanti della mia vita.
Il mio amore per il Medio Oriente
Non si può capire il Medio Oriente se non si è mai sentito cantare un muezzin dall'alto del proprio minareto. Quel loro salmodiare inneggiando a Dio è ipnotico e magico. Ha un fascino sublime che induce a un ascolto meditativo e immobile.
Cinque volte al giorno di canti, per ricordarci che siamo qui solo di passaggio, e che diamo troppa rilevanza alle cose materiali.
L'Islam è sottomissione a ciò che Dio vuole, se lo vuole: Inshallah.
Nel Corano non si parla bene delle donne, e nemmeno nella Bibbia o nelle Upaniṣad indiane. Anche i tanto pacifici induisti dicevano che si poteva battere una donna con un bastone.
Eppure, ho sempre amato andare in Medio Oriente. È peggio del Mal d'Africa. Sento il richiamo dei beduini, della polvere e del sole. Sarà per il deserto, per il canto dei muezzin, per l'aria torrida e sensuale, per i sapori e gli odori e i tamburi.
C'è qualcosa che urla nel deserto. È un richiamo ancestrale. Qualcosa, in quell'immenso vuoto, sembra ululare il tuo nome alle stelle. È più forte del richiamo di una madre o di un padre. Non lo si può ignorare.
Ho visitato Israele, la Giordania, l'Oman, gli Emirati, l'Egitto, la Turchia. Ho portato allieve a meditare nel deserto del Wadi Rum e del Sahara. Ho una dipendenza per l'hummus. Ho visto gli uomini guardarmi male mentre fumavo in pubblico. Ho toccato il Muro del Pianto e quello che divide Betlemme. Ho posato una mano sul Santo Sepolcro. Ho cavalcato dune d'oro e rosso sangue. Sono entrata nelle Piramidi e nei templi dei faraoni. Ho sentito cantare inni tra i camini delle fate della Cappadocia.
In pochi altri posti al mondo si sente la potenza della storia come in Medio Oriente. La culla della civiltà. Un tempo, Alessandria, era la capitale della cultura, delle mode, dei santi e dei peccatori. Quelle distese di sabbia sono state attraversate e vissute dai Padri cristiani del deserto, eremiti del Nulla, incapaci di fare del male a una mosca, considerati da molti degli eretici.
Perché la spiritualità non ha mai fatto del male a nessuno, la religione sì.
Leggi il libro della Sapienza. Poi leggi i giornali di oggi. Si parla delle stesse cose. Degli stessi conflitti, delle stesse guerre. Della Terra Promessa. Non è cambiato nulla. Dopo secoli e secoli.
I conflitti non esplodono solo per motivi economici. Le guerre scoppiano perché ogni parte del mondo vuole imporre il proprio credo sull'altro. Qualunque esso sia.
Ma basterebbe una tempesta di sabbia a far ricordare a tutti chi o cosa comanda.
Un provervio Tuareg dice: "Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l'uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima”.
Il giorno in cui finirà il petrolio (e finirà), forse il deserto tornerà a essere il deserto, un luogo che racchiude i segereti più reconditi dell'uomo e di Dio stesso. Il luogo dove risiede la saggezza del Nulla, la patria della Nube della non conoscenza. Dove sopravvive chi sa adattarsi. Dove essere malleabili non è un difetto. Dove il silenzio non induce timore ma possibilità di pace e speranza, purché s'intraprenda la via del distacco.
Fino a quel giorno, resteremo con il fiato sospeso, cominciando a capire quanto sia necessario imparare a "fare deserto". In un mondo che scuote e mette alla prova anche gli animi più impavidi e i cuori più cinici, è ora di trovare un posto sicuro almeno dentro sé stessi.
Non c'è più tempo.
Non guardiamo Sanremo perché abbiamo altri problemi
Quest’anno Sanremo è un flop.
In passato lo seguivo con gli amici dall’inizio alla fine, come molti di voi.
E la finale la guarderò comunque in compagnia, ma giusto per fare una cena e due chiacchiere.
È che è cambiato qualcosa. La sensazione è nell’aria, la si sente ovunque, soprattutto qui a Milano.
È come se non si riuscisse più a fingere che vada tutto bene.
Come cittadini, siamo tutti al limite, chi per motivi economici, sentimentali, familiari.
Quello che si percepisce è un malessere diffuso, che invece di unire, allontana ancora di più.
Siamo soli nella nostra disperazione, in attesa di un cambio di rotta, di una svolta improvvisa, che succeda qualcosa, qualunque cosa.
E no, non si riesce a prestare attenzione a un carrozzone che quest’anno è imbarazzante e di una noia mortale, ben più del solito.
Un circo impettito, serioso e totalmente inutile, dove non c’è una canzone decente che sia una.
E se invece facessimo venire giù tutto?
E se iniziassimo a mollare e a dire la verità, e cioè che si arriva a quarant’anni già stanchi e che non è normale lavorare fino a settanta per una pensione che tanto non arriverà mai; che non bisognerebbe andare contro il proprio corpo, contro natura; che non è normale avere trent’anni anni e avere cento euro in banca; che questa storia di dover realizzare i propri sogni è diventata stremante ed è una grande utopia.
Se capissimo che non possiamo più perdere tempo dietro al caso mediatico del momento, figuriamoci Sanremo, perché i problemi sono ben altri e che non siamo più nei ruggenti anni ‘80; perché qui sta venendo giù il mondo ma sembriamo non volerlo vedere.
Ci vuole un’altra pandemia? Una guerra vera?
Cosa dobbiamo aspettare per reagire e capire che le cose non possono più continuare così?
A quando la fuga tra le montagne per iniziare una vita vera che volevano farci credere fosse una vita da perdenti?
Entro breve la maggior parte dei lavori li svolgerà l’AI. I neolaureati non trovano lavoro perché sostituiti dall’AI, nessuno ha più i soldi nemmeno per uscire a cena una volta alla settimana, figuriamoci per comprare una casa.
I giovani non pensano al futuro perché tanto sanno che un futuro, per loro, non c’è mai stato e nessuno ci ha mai pensato o ha intenzione di pensarci.
Si salva chi fa da sé e pensa per sé.
Ma sì, continuiamo pure a credere che sia importante Sanremo e che interessi a qualcuno.
Perché Sanremo è Sanremo.










