Pensavi fosse depressione
Sono stati mesi intensi. Ho dovuto affrontare sensi di colpa, tristezza, un disturbo fisico che mi ha dato molti problemi per lungo tempo. Ho dovuto capire come e dove voglio vivere. Ho avuto sbalzi d’umore. Ho ricominciato a vedere la psicologa. E man mano che i giorni passavano, ho capito che quello che sentivo non era una sorta di depressione strisciante che voleva tornare a imporsi nella mia vita.
Ho capito che non ero ancora riuscita ad accettare e soprattutto a lasciar andare tutti i cambiamenti che sono avvenuti in questo ultimo anno.
Poi, finalmente, ho fatto quello che dovevo fare: ho pianto tanto e ho guardato verso il futuro. E ci ho visto tanta forza e speranza e gioia.
E allora ho iniziato a farmi valere, a dire la mia, a chiedere, a esprimermi, a non avere paura.
Ho riaperto i social e i giornali e mi sono accorta di quanto tempo perdiamo dietro a una marea di richieste inutili: come dovremmo vestirci, cosa dovremmo comprare, come dovremmo pensare, in cosa sarebbe giusto credere, cosa ha fatto tizio, cosa ha detto caio.
Ma alla fine, chi se ne frega?
Ho osservato la mia vita dall’esterno, e mi sono accorta che solo una cosa conta: l’amore. Nient’altro.
E quando si cominciano a guardare le cose da questa prospettiva, allora tutto torna al suo posto, ciò che conta salta agli occhi, e finalmente ti senti libero, indifferente ai giudizi, alle critiche, alle malelingue.
Capisci che non conta solo il lavoro, cosa vuoi fare, cosa devi dimostrare e ottenere, anzi, scopri che non conta per niente.
Conta solo come ti senti oggi, come vivrai il presente, quante volte ti ricorderai di guardare il cielo e di dare e ricevere amore.
È una rivelazione, una vera illuminazione. È come se tutto iniziasse a prendere senso e diventasse chiaro, immensamente semplice. Senza forzare, senza cercare.
Le mattine lente. Avere tempo. Meditare. Scrivere. Insegnare. Fare l’amore. Cucinare. Fare una passeggiata nella natura. Dormire bene. La preghiera. Il silenzio. Lo yoga. L’attività fisica. Poche amiche. La buona musica. I buoni film. I bei libri. Una casetta.
Cosa ho dovuto passare per capire che la felicità era tutta qui, che non era nell’ambizione, nella realizzazione, nei viaggi, nelle feste, nella fuga, nel caos, negli eventi, nelle cose da comprare, nelle dimostrazioni, nel continuo “fare qualcosa”, nel mostrarsi.
Spesso la vita richiede un cambio di rotta netto, non di continuare a insistere sulla strada vecchia sperando di cambiare ciò che non potrà mai cambiare.
Da qui nasce la difficoltà a lasciar andare. A volte, per andare avanti, è necessario cambiare e abbandonare ciò che c’è stato prima. Cambiare tutto, se possibile anche città, amici, amore, lavoro. Tutto. Per iniziare a essere davvero noi stessi.
Ma tutto questo diventerà possibile solo se troveremo il coraggio di compiere il passo da soli o con la persona giusta al nostro fianco.
E come capire se è amore? Più facile capire cosa non lo è: ce lo dice Franco Arminio in “Consigli sentimentali”:
“Quando non hanno tempo lasciate stare, non è una storia d'amore. Quando non dovete avere pretese lasciate stare, non è una storia d'amore. Quando non hanno la frenesia di vedervi lasciate stare, non è una storia d'amore”.
Essere voi stessi diventerà realtà solo dopo aver raggiunto una grande consapevolezza e la pace nel cuore, che vi permetterà di essere davvero nel mondo ma non del mondo.
E allora percepirai una strana sensazione che scambierai per indifferenza, addirittura per depressione, per poi scoprire che semplicemente non ti interessano più certe cose, quelle di prima. Guarderai tutto non con distacco, ma con disincanto e saggezza.
Non sei depresso, sei solo stanco di vivere in un modo che non ti appartiene più.
E ci saranno delle parti di te recalcitranti che avranno paura. Sono le tue parti bambine e adolescenti che hanno timore di lasciare il vecchio per il nuovo. Tu falle sentire al sicuro. L’adulto che sei oggi dovrà fare capire loro che sai quello che stai facendo, che ti saprai prendere cura di loro e che stai scegliendo il meglio. Faglielo provare facendogliene fare esperienza.
E allora si fideranno, si affideranno, e finalmente vi sentirete completi e in armonia, saprete di poter proseguire insieme con una forza mai sentita prima. Scoprirete che il vostro benessere non dipendeva dal passato, da qualcuno o da quello che c’era una volta, ma da come vi sentivate dentro, da cosa stavate iniziando a coltivare d’importante e di valore, da dove era rivolto il vostro sguardo.
Come disse Stephen Hawking: “Ricordatevi di guardare le stelle, non i piedi. Cercate di dare un senso a quello che vedete e chiedetevi cosa permette all'universo di esistere. Siate curiosi. E per quanto la vita possa sembrarvi difficile, c'è sempre qualcosa che si può fare e che si può raggiungere. L'importante è che non rinunciate”.
Milano, non ti riconosciamo più
È notizia di questi giorni l’imminente chiusura di un altro locale di Milano, lo Spirit de Milan. C’è in atto una mobilitazione per cercare di impedirla. Non sappiamo come andrà a finire, ma riflettendo su un altro pezzo di città che scompare, è nata una presa di coscienza: tanti non la riconoscono più. E non è questione di destra o di sinistra. Il cambiamento era già in atto dai tempi della Moratti, dall’Expo.
Milano è da sempre amata e odiata, ma oggi sembra essere diventata ancor di più il tempio della finanza, dei miliardari, dei ristoranti e dei negozi di lusso. Pensavamo che sarebbe bastato continuare a viaggiare, andare via il weekend, ma si può vivere perennemente in fuga dal luogo in cui si risiede?
Quando eravamo giovani ci bastava la musica dal vivo. C’erano i locali. C’era qualcosa che non c’è più. Ci s’incontrava alle Scimmie, alla Casa 139, al Trottoir, alla Salumeria della Musica, al Magnolia (lui c’è ancora), all’Atomic Bar, nei vari circoli Arci o nei centri sociali come il Deposito Bulk, il Pergola, il Leonkavallo oppure negli squat. Pensate che ce n’era uno proprio lì dove ora c’è l’immenso quartiere della Bocconi, in viale Sabotino.
Nei locali si rideva e scherzava con i musicisti, più o meno famosi. Gente che sarebbe finita sotto a un ponte pur di continuare a fare la propria musica con autenticità. E i palchi c’erano, non mancavano, e c’erano i talent scout, quando ancora non contavano solo le visualizzazioni su YouTube o l’algoritmo di TikTok. E intanto facevo la critica musicale, in una città in cui la musica dal vivo era un’istituzione.
Per non parlare dei locali dove si andava a ballare la musica dark o rock, come il Rainbow, il Transilvania, lo Zoe, il Rolling Stone, il Plastic. Si sapeva come si arrivava ma non come si tornava. A volte, dopo le serate sottoterra nel viscido Rainbow a ballare fino allo sfinimento il “monopasso” dei darkettoni al suono dei Killing Joke, Depeche Mode, Joy Division, Bauhaus e The Sisters of Mercy, si andava ai rave fuori Milano.
Io c’ero la notte della retata, l’ultima sera del Rainbow. È entrata la polizia. Ha fatto uscire tutti. La musica si è spenta per sempre. Ho tirato un bicchiere di vetro a terra davanti ai piedi di due poliziotti. Stavano per venire ad arrestarmi, due amici mi portarono via.
Pazienza, tanto inaugurava lo Zoe.
Al posto di quei locali, oggi, ci sono case e garage.
Cos’è rimasto di una generazione che non si accoltellava?
Noi non vedevamo l’ora di uscire e d’incontrare quelli che credevamo amici. Le chitarre accompagnavano le passioni delle anime tristi che provavano a trovare conforto tra le braccia di qualcuno. Agognavamo la morte perché ci sentivamo immortali. Non avevamo nessuna eredità da lasciare. Non avevamo mai avuto niente. Eravamo eremiti capaci di abitare il vuoto. Non avevamo paura delle scintille di fuoco del Mistero. Chiudevamo le porte dei sensi per perderci e ritrovare noi stessi.
E vivevamo quei momenti credendo di innamorarci, come quella volta che a un concerto dei Verdena al Magnolia un ragazzo mi si sedette di fianco e mi disse: “Vuoi sposarmi?” Finimmo per baciarci a lungo, davanti a tutti, sotto il cielo nero dell’estate.
O come quel ragazzo dai capelli blu che conobbi davanti a un bancone, sempre al Magnolia. Ci guardammo. Ci baciammo. Ci frequentammo. Finché non mi disse: “Io sono un po’ matto”. E l’avevo capito. Che ci potevo fare.
I concerti ci hanno dato la forza per tirare avanti. Quei palazzetti dello sport come il Palasharp (che non c’è più), quei templi che venivano riempiti da gente come i Pearl Jam, i Muse, i Nirvana, i Radiohead.
Si aspettava il concerto di chi aveva accompagnato i tuoi giorni tristi e ti era stato vicino più di un amico, di un parente, sicuramente più di tua madre. Non potevi perdertelo. Dovevi andare a ringraziarlo, a onorarlo, sentendo dal vivo quella canzone che ti aveva fatto piangere e che magari ti aveva fatto passare la voglia di farla finita.
Il disagio era esistenziale, non solo materiale. Non eravamo felici, ma almeno non si pensava solo a far soldi. Era importante stare in compagnia, avere amici con cui uscire. Non sapevamo che, una volta diventati adulti, a Milano si esce poco. Ci si chiude in casa a fare cene o ci si isola, anche perché questa città stanca come poche altre.
Oggi molti di noi non frequenterebbero più certi locali nemmeno se ci fossero ancora. Siamo cambiati, siamo cresciuti, non beviamo nemmeno più, andiamo a letto presto, meditiamo, ci siamo curati, siamo una generazione in analisi, sogniamo di vivere nella natura, bramiamo un cambio di rotta nella pace e nella tranquillità, le nostre sofferenze hanno portato alcuni di noi a scegliere professioni che permettono di aiutare gli altri, abbiamo fatto tesoro dei traumi, pensiamo al benessere e alla salute, proprio noi, chi lo avrebbe mai detto, ma quello che ci chiediamo è: cosa ha da offrire Milano oggi ai giovani che scelgono di restare?
Per noi, forse, è arrivato il momento di allontanarci un po’. Abbiamo vissuto intensamente. Rimpianti ne abbiamo. Ma siamo stati noi stessi. Fino alla fine.
Articolo tratto dalla rivista culturale Pangea
Ciclo d'incontri: "Ciò che nutre l'uomo"
Quattro incontri itineranti nei Comuni di Rubano - Selvazzano Dentro - Abano Terme - Torreglia
Ciò che nutre l'uomo: emozioni, relazioni e saggezza nelle comunità del futuro
• Venerdì 15 maggio h 21:00 - Quando il sonno non arriva:
strategie pratiche per il riposo. A cura di Giorgio Scalzotto.
Biblioteca comunale di Rubano.
• Martedì 19 maggio h 21:00 - Francesco Tormen
Presentazione del libro sul sogno lucido “Con gli occhi
aperti”
Introduce la serata - Accademia per la Formazione
di Selvazzano Dentro - modera Davide Franceschelli
Centro civico in piazza Carlo Leoni n°11 Caselle
• Venerdì 22 maggio h 21:00 - Custodire ciò che conta
davvero: educare al valore delle emozioni e della presenza.
Workshop esperienziale a cura di Pedagogia
Contemplativa Italia-Davide Franceschelli e Anna Abbate.
Biblioteca civica di Abano Terme
• Venerdì 5 giugno h 21:00 - Interiorità e comunità: strumenti
per la crescita personale e sociale del futuro.
Intervista
all’autrice e giornalista Dejanira Bada sul libro “I sentieri
della meditazione. Mindfulness: cos'è, cosa non è e perché ha cambiato il mondo”, Edizioni Piemme.
Auditorium “Giuliana Fraccaro Prosdocimi”
- via Vittorio
Veneto n.7 Torreglia.

Incontro di mindfulness al WeWorld Festival
Dal 15 al 17 maggio, torniamo a BASE Milano con la 16ª edizione del WeWorld Festival: tre giorni aperti e gratuiti per incontrarsi, ascoltare, discutere e immaginare nuovi modi di stare insieme.
Parleremo di parità di genere, diritti e disuguaglianze attraverso talk, mostre fotografiche, cinema, performance e laboratori. Un programma vivo, attraversato da voci diverse dal mondo culturale, istituzionale e dell’informazione, che si mettono in dialogo per leggere il presente e costruire il futuro.
Il tema di quest’anno è “Unite & Plurali - meglio parlarne prima che mai”: un invito ad aprire conversazioni urgenti, a partire dalle differenze, senza aspettare il momento perfetto.
Tra le ospiti e gli ospiti di quest’anno: Lidia Ravera - Scrittrice e giornalista, Anna Maria Tarantola - Vice Presidente Fondazione Giulia Cecchettin, Alex Majoli - Autore di fama internazionale e Co-fondatore del collettivo fotografico Cesura, Chiara Alessi - Curatrice e saggista femminista, autrice de "La sedia del sadico", Sara Zambotti - Docente a contratto di antropologia e media, Claudia de Lillo - Giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica, Azzurra Rinaldi - Economista femminista, Pegah Moshir Pour - Scrittrice e attivista italo-iraniana, Chiara Becchimanzi - Attrice e autrice, Barbara Schiavulli - Direttrice Radio Bullets, Giacomo Zani - Presidente Mica Macho, Asmae Dachan - Giornalista indipendente, fotografa e scrittrice italo-siriana, insieme ad attiviste, giornaliste, ricercatrici, operatrici umanitarie e voci di colleghe e colleghi dai contesti in cui lavoriamo.
«Unite e Plurali” è un invito a riconoscere che nessuna conquista è davvero individuale: le lotte delle une sono sempre, in qualche modo, le lotte di tutte.
In un presente attraversato da polarizzazioni e nuovi linguaggi d’odio, crediamo sia urgente riaprire spazi di parola, educazione e ascolto, soprattutto per le nuove generazioni.
“Meglio parlarne prima che mai” è una presa di posizione: parlare oggi di diritti, relazioni ed educazione affettiva significa scegliere di non rimandare.
Per questo la “e” è forse la lettera più femminista dell’alfabeto: perché unisce, include, mette in relazione. E ci ricorda che il futuro si costruisce insieme.»
— Greta Nicolini, Direttrice WeWorld Festival Milano
Un festival accessibile
Il Festival si svolge negli spazi di BASE Milano, privi di barriere architettoniche, e introduce attenzioni specifiche per la fruizione da parte di persone con neurodivergenze e esigenze legate alla sfera uditiva. Non solo inclusione raccontata, ma praticata.
Spazio famiglie e benessere
Accanto agli incontri, non mancano momenti dedicati al benessere e alle famiglie: sessioni di yoga, attività per bambine e bambini e spazi educativi curati dalle operatrici degli Spazi Donna WeWorld.
L’obiettivo è semplice: permettere a tutte e tutti di partecipare.
Mindfulness
Dopo Milano Marathon si terrà un momento di premiazioni e mindfulness con WeWorld.
Venerdì 15 maggio 2026, ore 16:00 - 17:30, BASE Milano, Via Bergognone 34, Room 2100
Programma dell’incontro:
Introduzione e ringraziamenti
Premiazioni speciali
Sessione di Mindfulness
Merenda
Mostre fotografiche
Dentro le periferie
Il progetto espositivo Dentro le periferieracconta le marginalità urbane in Italia attraverso lo sguardo di Alex Majoli, fotografo di fama internazionale e membro di Magnum Photos, che firma un racconto inedito delle periferie milanesi.
Accanto al suo lavoro, la mostra si arricchisce con i contributi di Arianna Arcara (Cesura) a Cagliari, Camilla Miliani ad Aversa e Cecilia Vaccari a Cosenza, che restituiscono i volti e le storie di ragazze coinvolte nei progetti di WeWorld.
Un percorso visivo che attraversa luoghi segnati da disuguaglianze ma anche da relazioni, desideri e possibilità di trasformazione.
Dream Big
Dream Big è un progetto di fotografia partecipata che unisce lo sguardo della fotografa Gaia Squarci al lavoro creativo di adolescenti coinvolti nei programmi di WeWorld in Kenya.
Attraverso immagini, video e audio raccolti durante i workshop guidati da Squarci insieme a Halima Gongo e Wambaz Oleman, la mostra racconta il ruolo delle nuove generazioni nella promozione della parità di genere e nella lotta alle discriminazioni: dalla giustizia mestruale al contrasto alle mutilazioni genitali femminili, fino alla violenza e ai matrimoni precoci.
Un racconto corale che mostra come il coinvolgimento diretto di ragazze e ragazzi sia uno strumento fondamentale di consapevolezza, partecipazione ed emancipazione.
Performance, cinema e momenti di attivazione culturale
Le performance saranno uno degli elementi centrali del WeWorld Festival Milano. Tra gli appuntamenti più attesi il reading Letters from Gaza di e con Lidia Ravera. Un reading speciale dedicato alle voci delle madri di Gaza, costruito a partire da testimonianze reali raccolte nei progetti di WeWorld nella Striscia.
Accanto a questo, lo spettacolo “Il cuore inverso” di Nando Vitali, con Carmen Di Marzo e la regia di Paolo Vanacore, porta in scena la storia di Lauretta, giovane staffetta partigiana. Un monologo intenso che restituisce voce alle donne della Resistenza, spesso dimenticate, e che intreccia memoria storica e presente, riaffermando il ruolo delle donne nelle lotte per libertà, giustizia e autodeterminazione.
Il Festival ospita una rassegna cinematografica con film italiani e internazionali che attraversano storie di adolescenza, guerra, diritti e resistenza. In programma cinque titoli, tra documentari e narrazioni ibride, alcuni presentati in anteprima nazionale.
A chiudere, la proiezione speciale del documentario Everyday in Gaza. Il cortometraggio prodotto da WeWorld, diretto da Omar Rammal e con le riprese di Sulaiman Hejji effettuate tra aprile e maggio 2025, nel cuore della striscia di Gaza, attualmente in corsa per i David di Donatello.
ll WeWorld Festival può contare sul prestigioso patrocinio del Comune di Milano.
Si svolge all'interno dei progetti Passi Avanti e WeCare con il contributo di Fondazione Cariplo, Rebooting the Food System e WORLD: Our World Our Planet sostenuti dall’Unione Europea tramite i programmi DEAR e Erasmus+, EcoRevolution con il contributo della Fondazione Comunità Milano e con il sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS).
È realizzato in collaborazione con i partner BASE Milano, Milano Yoga Space e Ticketmaster. E in collaborazione con il Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso da Asvis Media Partner dell'evento Rai Radio2.
Corso di formazione per diventare istruttori mindfulness
Negli ultimi anni la mindfulness, intesa come pratica di attenzione consapevole al momento presente, ha suscitato un interesse sempre maggiore grazie ai suoi benefici concreti sul benessere mentale e fisico.
Il percorso formativo che proponiamo è pensato per chi desidera sviluppare una maggiore consapevolezza, sia nella vita personale sia nella pratica professionale, integrando competenze teoriche ed esperienziali.
Una proposta formativa con solide radici
Presso l’Istituto Italiano di Mindfulness Interpersonale valorizziamo una competenza costruita nel tempo, sostenuta da un riconoscimento consolidato nel panorama della formazione mindfulness.
Giunto alla sua ventottesima edizione, il corso vanta una storia significativa. Nel tempo, il programma è stato costantemente perfezionato, andando oltre la semplice trasmissione di nozioni per favorire una trasformazione autentica del modo di vivere e di relazionarsi. Le attività formative sono condotte da docenti altamente qualificati, con una profonda esperienza nella mindfulness e nelle sue applicazioni cliniche, educative e professionali.
Accreditamenti e riconoscimenti
Il Corso per Istruttori di Mindfulness è: Accreditato ECM (Ministero della Salute) Provider FEDERPSI – id n. 1959 (Sono previsti circa 45 crediti ECM per psicologi, psicoterapeuti e medici)
Rilasciato con il patrocinio della SCINT – Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Interpersonale (Aut. MIUR 2008)
Riconosciuto da Federmindfulness, associazione che riunisce enti italiani di formazione mindfulness Riconosciuto dal British Mindfulness Institute.
La direzione scientifica e didattica è curata da Dejanira Bada e dalla Prof.ssa Maria Beatrice Toro. Presidente Onorario: Patrizia Collard – British Mindfulness Institute.
Periodo e calendario
Durata: 4 mesi
Periodo: maggio – settembre 2026
Formula: weekend mensili (venerdì online con didattica in streaming, sabato e domenica in presenza)
Focus dell’edizione
Questa edizione pone un’attenzione specifica sulla Self-Compassion, l’atteggiamento gentile e non giudicante verso di sé, integrato alla pratica mindfulness.
Modalità di svolgimento
Il corso si svolge in due modalità integrate
In presenza: SABATO E DOMENICA, a Milano presso SAN Spazio Arti Naturali in via Belinzaghi 3
Online in streaming: VENERDI’, su piattaforma Zoom, con didattica dal vivo, materiali scaricabili e momenti esperienziali interattivi
L’obiettivo è offrire un format che unisca la ricchezza del lavoro di gruppo alla flessibilità della formazione a distanza.
A chi è rivolto
Il corso è aperto a tutte le persone interessate alla meditazione e alla consapevolezza, indipendentemente dalla professione.
È richiesto aver già seguito — o impegnarsi a seguire durante il corso — un percorso MBSR o MBCT.
Le competenze che acquisirai
- Conduzione di gruppi e interventi individuali mindfulness-based
- Padronanza delle pratiche formali e informali di mindfulness
- Sviluppo e consolidamento della propria pratica personale
- Capacità di accompagnare altri in percorsi di consapevolezza
- Personalizzazione di interventi mindfulness compatibili con il proprio stile professionale
- Diffusione consapevole di mindfulness e self-compassion nei contesti lavorativi
DOCENTI E TRAINER
MARIA BEATRICE TORO
DEJANIRA BADA
CALENDARIO CORSO
22- 24 maggio 2026
19–21 giugno 2026
10–12 luglio 2026
11–13 settembre 2026
MODULI DEL CORSO
Visita il sito www.mindfulnessinterpersonale.com
COSTI E ISCRIZIONE
TOTALE DEL CORSO 1680,00 + IVA ovvero 2050,00 IVA inclusa
di cui € 20 spese diploma già incluse nel costo
È possibile il pagamento in 4 rate da euro 512,50 IVA INCLUSA ciascuna da versare una volta al mese prima del weekend di corso.
La modalità in presenza è a numero chiuso (max 15 partecipanti)
COME FARE PER ISCRIVERSI
Per iscriversi è necessario inviare una email a corsomindfulnessmilano@gmail.com specificando la modalità di frequenza (presenza o online). A questa mail risponderemo inviando una scheda anagrafica da compilare a cui seguirà la fattura per la prima rata del corso.
ESAME FINALE
Al termine del percorso è previsto un esame finale teorico-pratico. L’esame teorico consiste in 4 domande a risposta aperta sui capisaldi del corso mentre l’esame pratico si svolgerà durante i mesi di corso e consiste nella conduzione di una parte della sessione del protocollo di Mindfulness
Superato l’esame, viene rilasciato il Diploma di Istruttore di Mindfulness.
I nominativi degli istruttori diplomati saranno pubblicati sul sito dell’Istituto e sarà possibile richiedere l’inserimento nell’Albo Nazionale della Mindfulness gestito da Federmindfulness
PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI:
Mindfulness al lavoro, il congresso della Federmindfulness
In un contesto economico e organizzativo sempre più complesso, caratterizzato da elevati livelli di pressione, cambiamento continuo e crescente necessità di qualità decisionale, la capacità di sviluppare attenzione, lucidità e consapevolezza rappresenta una competenza strategica per le imprese.
È in questo scenario che si inserisce il Mindfulness and Meditation Summit 2026, in programma l’8 maggio presso la sede di Tetra Pak a Modena, evento che riunisce esperti di neuroscienze, mindfulness e sviluppo organizzativo per offrire una visione concreta e scientificamente fondata del lavoro consapevole.
Il Summit, giunto alla sua quarta edizione, è organizzato dalla Federazione Italiana Mindfulness, realtà con sede a Varese, in collaborazione con Gruppo Sperling e si rivolge in particolare ad aziende, manager e professionisti interessati a integrare benessere e performance nei propri modelli organizzativi.
Nel corso delle precedenti edizioni, il Summit ha ospitato alcune delle voci più autorevoli a livello internazionale nel campo della mindfulness e delle neuroscienze, tra cui Daniel Siegel, Caroline Welch, Eline Snel, Susan Kaiser Greenland e Kimberly Schonert-Reichl, a testimonianza della solidità e del posizionamento internazionale dell’iniziativa.
Il tema dell’edizione 2026, “Mindfulness, neuroscienze e lavoro consapevole”, riflette la crescente attenzione verso approcci che permettono di migliorare non solo il benessere individuale, ma anche la qualità delle relazioni, la collaborazione e l’efficacia dei processi decisionali all’interno delle organizzazioni.
La scelta di Tetra Pak come azienda ospitante rappresenta un segnale concreto dell’interesse
crescente del mondo industriale verso modelli di lavoro più sostenibili, responsabili e orientati alla persona.
“Con questo Summit vogliamo offrire alle imprese non solo contenuti teorici, ma modelli applicativi già validati, capaci di integrare benessere e performance. La mindfulness non è una tendenza, ma una competenza chiave per affrontare il futuro del lavoro – sottolineano gli organizzatori – Investire nella qualità dell’attenzione e nella consapevolezza organizzativa significa migliorare processi decisionali, collaborazione e capacità di adattamento: fattori oggi determinanti per la competitività delle imprese.”Tra i momenti di maggiore rilievo, la partecipazione della neuroscienziata internazionale Amishi Jha (University of Miami), tra le massime esperte mondiali sul rapporto tra attenzione e mindfulness, che interverrà in collegamento dagli Stati Uniti con due sessioni dedicate alla scienza dell’attenzione e al suo allenamento nei contesti professionali.
La giornata sarà moderata dalla Dott.ssa Paola Busoli e vedrà la partecipazione di relatori di
primo piano del panorama scientifico e professionale italiano.
Programma della giornata – 8 maggio 2026
09:00 – Registrazione dei partecipanti
09:15 – Saluti istituzionali
09:30 – Dott.ssa Paola Busoli – Apertura dei lavori
09:40 – Dott. Roberto Gavin
“Overload Reset: i tre strati della mente” (mini lab esperienziale)
10:00 – Dott.ssa Simona Rossetti
“Mindfulness in azienda: modelli, risultati e buone pratiche”
10:35 – Prof. Angelo Gemignani
“Mindfulness e neuroscienze”
11:15 – Coffee break
11:30 – Prof. Ciro Conversano
“Mindfulness & Compassion in azienda: il programma Mindfulness for Stress Reduction and
Well-Being (MSRWB)”
12:15 – Prof.ssa Beatrice Toro
“Clima, collaborazione e comunicazione: costruire relazioni efficaci con la mindfulness”
13:00 – Pausa pranzo
14:00 – Prof.ssa Amishi Jha (online)
“La scienza dell’attenzione”
14:45 – Dott. Roberto Gavin
“Mindful Break” (mini lab esperienziale)
15:00 – Prof.ssa Amishi Jha (online)
“Allenare la mente alla presenza: pratiche e protocolli per rafforzare l’attenzione”
16:00 – Dott. Andrea Colombo“Allenamento mentale e mindfulness in azienda: l’esperienza MindfulRunning®️”
16:45 – Chiusura dei lavori
Nel corso del Summit verranno presentati risultati delle più recenti ricerche internazionali e
casi applicativi concreti, offrendo alle imprese strumenti utili per affrontare le sfide legate a
stress, complessità e trasformazione culturale.
È possibile partecipare sia in presenza sia online, previa registrazione sul sito ufficiale:
www.congressomindfulness.it
Contatti
Email: congressi@grupposperling.it
Telefono: +39 0332 18 88 18
Mindfulness – Incontri con gli autori della collana del Corriere della Sera
Giovedì 23 aprile alle 18,30 si terrà un webinar gratuito online organizzato da Paolo Subioli di Zen in the City.
L’incontro con Dejanira di giovedì 23 aprile si chiamerà “Mindfulness e filosofia: alleviare la sofferenza esistenziale con la meditazione".
Dejanira è l’autrice del volume “Mindfulness: teoria e pratica. I legami con la filosofia”.
La filosofia orientale – in particolare quella buddhista – viene definita come filosofia e psicologia in azione. Scopriamo quali sono, oggi, i punti in comune tra meditazione, filosofia occidentale, mindfulness, psicologia e neuroscienze.
In questo webinar scoprirai che le discipline orientali sono volte alla preparazione alla morte, proprio come la filosofia; la mindfulness è nata principalmente dalla meditazione buddhista. Ma allora che cos’è questa consapevolezza, come è arrivata fino a noi, che cos’era secondo i filosofi occidentali e cos’è diventata oggi?
In occasione dell’uscita del libro «I legami con la filosofia», con il «Corriere della Sera», Dejanira Bada ci racconterà come partendo da una filosofia che prepara alla morte si sia arrivati anche a una pratica con comprovati effetti terapeutici in casi di ansia, depressione, stress, dolore e difficoltà emotive.
Ogni incontro è dedicato a uno dei temi centrali della collana “Mindfulness: teoria e pratica“ in uscita con Corriere della Sera, Io Donna, Gazzetta dello Sport.
Durata: un’ora.
Partecipazione: gratuita, su iscrizione
ISCRIVITI CLICCANDO QUI

Perché le religioni non parlano più di morte?
C’è un fenomeno che sto osservando da tempo: certe religioni sembrano aver smesso di parlare di morte.
Che si parli di buddhismo, induismo, yoga, meditazione, preghiera, cristianesimo, quello che salta all’occhio è che sembra non esserci più molto spazio per l’aldilà.
La chiesa parla di politica, il buddhismo di temi relativi al sociale o all’ambiente, lo yoga di fitness, eppure sono tutte pratiche che si basano su una concezione ben chiara dell’aldilà: la prima è legata alla Resurrezione, le seconde alla reincarnazione.
Anche per i sistemi religiosi sembra che sia diventato più importante parlare di riduzione dello stress e di come liberare la mente per vivere meglio qui e ora. Ma questo sarebbe più di competenza della Mindfulness e del Protocollo MBSR, il metodo ufficiale di riduzione dello stress basato sulla consapevolezza, che prende ispirazione proprio dalle pratiche orientali, pur lasciando volutamente da parte l’ingrediente spirituale. Perché? Per permettere a tutti di poter meditare e di goderne dei benefici pur rimanendo cattolici, ebrei, cristiani oppure atei. Non si tratta di una pratica materialista e asettica, come alcuni vorrebbero far credere, ma di un metodo che concede massima libertà
Ma se la mindfulness viene spesso criticata e bistrattata proprio per questo, perché anche certi monaci ormai sembrano insegnare solo degli esercizi per calmare la mente e gestire l’ansia e lo stress? Perché nei loro libri parlano raramente del trapasso? Pochi parlano di meditazione come preparazione alla morte.
Lo yoga è un mezzo per raggiungere il samādhi e ambire al ricongiungimento con l’Assoluto, per interrompere il ciclo delle reincarnazioni in maniera definitiva e raggiungere il mokṣa, la libertà incondizionata. Il buddhismo nasce come via per comprendere la verità ultima, che tutto è vacuità e impermanente. Una volta capito questo, è possibile liberarsi dalla sofferenza e raggiungere il nirvāṇa, l’estinzione, l’interruzione definitiva dal ciclo delle rinascite, causa di dolore, malattia e morte.
Anche la chiesa, ormai, sembra occuparsi più di temi sociali che della figura di Gesù sulla croce come immagine universale che è ancora qui tra noi per ricordarci che l’unica cosa che conta è intraprendere un cammino di amore incondizionato e poi di distacco, come scriveva anche il grande teologo Meister Eckhart, in attesa che il corpo risorga e viva di nuovo in eterno.
Da certi monaci e preti ho sentito dire che queste sono come delle grandi metafore che non hanno più molto senso, oggi.
Ma qual è il timore nel parlare di morte e di possibilità o meno di un aldilà? Anche ai ritiri non se ne sente parlare. Si percepisce quasi vergogna nel farlo. Oppure è solo paura di perdere allievi, contatti, followers e lettori perché la morte è diventata un tabù?
Le religioni orientali e occidentali dovrebbero tornare a occuparsi di morte e di altrove, dovrebbero tornare a dare risposte, perché è questo che manca alle persone. Per il resto c’è già la psicologia – che difendo da sempre a spada tratta –, che però si è persa un po’ l’anima per strada. Come si può guarire la mente senza pensare allo spirito, smettendo di porsi domande sul nostro essere nel mondo?
È necessario recuperare una visione escatologica, mistica e spirituale della vita anche in nome dei nostri giovani, che vivono solo in funzione della realizzazione personale, della carriera e del denaro, senza pensare all’amore, al senso della vita e della morte.
Forse il punto è che la maggior parte delle persone non vuole cambiare, non vuole chiedersi “perché”, non vuole più dubitare o domandare; è più semplice buttarsi in acqua e stare dove si tocca, dove si vede il fondo, anziché indagare l’ignoto.
Di questo passo non solo non saremo più in grado di cogliere il significato della vita, non solo non saremo più disposti a morire per una causa, ma non saremo proprio più disposti a morire. Ed è un vero peccato, perché è soprattutto da questo che ha origine il nostro male interiore.
D'altronde, come scrisse Pierre Chaunu, specialista della storia dell'America spagnola e della storia sociale e religiosa:
"Ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire. È ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l'insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un'indagine sui circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent'anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0,2 per cento) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi".
Anche voi avete questa percezione?
Quando la meditazione è un trauma
Prima di accedere al ritiro buddhista di meditazione vipassanā della tradizione theravāda, dovetti compilare un modulo in cui mi veniva chiesto se in passato avessi avuto tendenze suicide, se avessi assunto psicofarmaci, droghe, se avessi sofferto di depressione, se fossi in cura da uno psicologo, e tante altre domande.
Dopo aver compilato il modulo, lo consegnai agli insegnanti.
Il ritiro iniziò qualche ora dopo. Quasi dodici ore al giorno di meditazione seduta, intervallate dalla meditazione camminata, dal discorso dei maestri, dal pranzo, da un paio di pause, dalla cena. Il tutto rigidamente in silenzio per una settimana. Non era consentito nemmeno guardarsi negli occhi o salutarsi. Anche durante i pasti lo sguardo doveva rimanere basso. Vietata la lettura, la scrittura, l’ascolto della musica.
Fu un’esperienza strabiliante. Almeno i primi giorni.
Il quarto giorno iniziai a far fatica a dormire. Chiudevo gli occhi e vedevo lampi di luce. Mi sentivo molto agitata, come se avessi bevuto qualche caffè. Ma io non bevo caffè.
Il quinto giorno sentivo che sarei impazzita. Cominciai a percepire una fortissima agitazione anche durante il giorno, così uscivo a fumare fuori dal convento. Incontravo sempre un uomo solitario che stava partecipando al mio stesso ritiro e che sembrava appena uscito da un manicomio o da una RSA; aveva i calzini grigi, ciabattone, maglioncino aperto e magliettina corta che lasciava in bella vista l’ombelico e la sua pancia grassa. Era l’unico che quando mi vedeva accennava un sorriso e un saluto, per poi tornare ad assumere uno sguardo perso e dirigersi in sala di meditazione camminando pianissimo.
Proseguii senza mollare. Dovevo farcela, ormai era diventata una sfida contro me stessa. Ero già stata in alcuni ritiri, anche se più brevi, ed era andata bene.
Durante il pomeriggio del quinto giorno presi il mio iPod e ascoltai la musica ad alto volume. Mi misi a ballare da sola, nella mia stanza, con le cuffie alle orecchie. Ascoltai le canzoni che di solito sentivo da giovane. Non le ascoltavo da molto tempo. Erano i brani riservati ai momenti bui.
La quinta notte fu la peggiore. Mi tornarono le ossessioni. Soffro di una lieve forma di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) fin dall’adolescenza. Non dispiego gesti ripetitivi ed estenuanti per mantenere il controllo, semplicemente il mio cervello se ne va in loop su dei pensieri totalmente irreali, ma che sono così insistenti e penetranti da infondermi un senso di puro terrore. Una paura che in passato si manifestava anche fisicamente: nella mia mente arrivava un pensiero o un’immagine, iniziavo a sentire un senso di calore e d’irrigidimento nelle mani, che poi saliva fino al cuore. Il cuore cominciava a battere all’impazzata, e a quel punto il mio cervello andava in panico.
Quella notte fui invasa da ricordi brutti relativi al passato. Sentivo le ossessioni arrivare, e con loro una forte tristezza, un’angoscia immensa, e questo mi fece ancora più paura, perché sapevo che le ossessioni erano sempre state i cani da guardia di quel buco nero che era la depressione. Mi sentivo come una bambina che era stata abbandonata da sola in lacrime in una stanza buia. Dopo qualche ora svenni nel sonno per la stanchezza.
La mattina dell’ultimo giorno mi svegliai e andai a meditare. Nel pomeriggio si aprì il momento di condivisione tra i partecipanti.
Finalmente.
Com’era andato questo ritiro? Come ci si era sentiti?
Molti raccontarono le loro esperienze mistiche, di pace e benessere. Addirittura alcuni dissero che non sarebbero più voluti tornare a casa, che pensavano già al prossimo ritiro, vivevano in funzione di quello.
A un certo punto sentii la necessità di dire la mia. Durante uno dei discorsi di dharma si era parlato del libro: Una camionata di merda: e altre storie di quotidiana felicità del monaco Ajahn Brahm, di cui in passato ho letto vari testi che ho apprezzato molto.
Dissi davanti a tutti che durante il ritiro ero stata investita anche da una vera e propria “camionata di merda”, giusto per citare quel fantastico titolo. Bastò dire “merda” per vedere alcune persone trasalire. Percepii gli sguardi e i giudizi di coloro che in teoria erano lì per comprendere l’equanimità e che non esiste nessun Sé.
Spiegai cosa mi fosse successo, ma non ricevetti risposte. Era chiaro che ero lontana da quell’illuminazione che avrebbe dovuto dissipare tutto.
Quando il momento di condivisione finì, mi si avvicinò un’anziana signora, quasi con il timore di farsi vedere. Mi prese la mano e mi disse: “Grazie, grazie davvero. Anch’io durante questi ritiri non mi sento solo bene, ma vengo vista come una matta che non ha ancora capito delle cose e ho paura a parlarne. Quindi grazie di nuovo per il tuo intervento”.
Avrei voluto abbracciarla. Mi venne da piangere.
Uscii a fumarmi una sigaretta e rividi l’uomo solitario. Ci guardammo, ci sorridemmo, e di punto in bianco mi disse: “La natura sta dappertutto ma il silenzio non sta da nessuna parte”.
Lui sì che era un vero illuminato.

Ma ora, finalmente, è uscito un libro pubblicato da Ubiliber, la casa editrice dell’Unione buddhista italiana, dove si parla degli effetti avversi della meditazione senza più considerarli un tabù: Le impronte del trauma. Trauma-sensitive mindfulness e meditazione, scritto dallo psicologo canadese David A. Treleaven.
Partiamo dal presupposto che tutti abbiamo un’idea sbagliata del trauma. Tutti, nessuno escluso. Pensiamo che sia traumatizzato soltanto un reduce di guerra, un terremotato, qualcuno che abbia subìto abusi, stupri, chi abbia visto morire i propri figli, compagni, genitori. In questo libro c’è una definizione che mette bene in chiaro che cosa s’intenda con la parola trauma:
“Col tempo, tuttavia, ho imparato che il trauma, più che il contenuto di un evento, riguarda l’impatto, prima immediato e poi prolungato, che l’evento ha sulla nostra fisiologia. Come ha scritto Pat Ogden, veterana tra gli specialisti in disturbi post-traumatici: «qualsiasi esperienza che sia abbastanza stressante da farci sentire impotenti, spaventati, sopraffatti, senza scampo e profondamente insicuri è da considerarsi molto probabilmente traumatizzante». Dalla violenza vissuta come spettatori o protagonisti, alla perdita di una persona cara, fino all’essere vittima di oppressione, si può fare esperienza del trauma in molti modi diversi. E, al contrario di quanto credevo un tempo, affrontare le diverse forme di trauma personale non sminuisce l’importanza di ferite più gravi che hanno ricevuto altre persone. Anzi, questo potrebbe addirittura essere il punto di partenza per una riflessione sulle condizioni sociali che troppo spesso perpetuano il trauma”.
Ma allora potremmo essere tutti più o meno traumatizzati. Sì, ed è bene non minimizzare. Per esempio, stare a stretto contatto con due genitori che litigano non è meno grave di ricevere delle botte. Perché uno schiaffo quando arriva, arriva; crescere tra le grida, invece, ti fa vivere in uno stato perenne di allerta e di terrore, perché non sai mai quanto durerà e quando avrà fine. Vivere tra i litigi può portare il cervello a sviluppare una sorta di stato di dissociazione. I bambini non sanno come gestire le emozioni difficili.
Il trauma non si esaurisce una volta che è passato. Le sue impronte rimangono a lungo e nel profondo. È necessario integrare ed elaborare il trauma per reimparare a fidarci dei nostri sensi. Il professore e ricercatore Van der Kolk, fondatore del Trauma Center di Brookline, Massachusetts, ha scritto:
“Le persone traumatizzate non si sentono al sicuro dentro di sé: il loro corpo è diventato una trappola esplosiva. Di conseguenza non va bene sentire ciò che si sente e sapere ciò che si sa, perché il corpo è diventato il contenitore del terrore e dell’orrore. Il nemico che ha iniziato l’opera all’esterno si è trasformato in un tormento interiore”.
A volte “non bisogna svegliare il can che dorme”, e cioè andare a stimolare e a mettere alla prova eccessivamente il nostro corpo e il nostro cervello, soprattutto se abbiamo subìto traumi. Ecco con che cosa ebbi a che fare quella notte al ritiro. Come scrive Treleaven, chi non vive l’esperienza della meditazione o del ritiro come qualcosa di positivo, spesso prova una profonda vergogna. Il meditante finisce per pensare di aver fallito, di essere sbagliato. È necessario l’opposto: imparare a riconoscere, ad accettare e a rispettare la propria finestra di tolleranza. Sempre Treleaven:
“Comprendere la finestra di tolleranza serve a garantire che le persone non superino la soglia di ciò che riescono effettivamente a gestire. Quando ci troviamo al suo interno è più probabile che ci sentiremo stabili, presenti e regolati. Viceversa, quando se ne superano i confini è più facile sentirsi ri-attivati, fuori controllo e disregolati”.
I traumi rimangono come cicatrici, ma certe situazioni sono capaci di riaprire le ferite. È questo che si dovrebbe evitare. Come? Usando la consapevolezza per conoscerci e riconoscere cosa riaccende determinati stati emotivi, per poi imparare a proteggerci. Anche un profumo, l’odore degli incensi, non rispettare i confini fisici o dire certe parole possono risvegliare traumi.
Nello studio Adverse Childhood Experiences, una delle più grandi indagini sull’impatto dei traumi infantili nella salute fisica nel corso della vita, è emerso che un bambino su dieci si trovava in una casa in cui un genitore veniva trattato in modo violento e uno su quattro aveva subìto abusi fisici. Il problema è che seguendo questi bambini nel corso del tempo, lo studio ha anche rivelato che le esperienze traumatiche precoci si ripercuotono anche una volta diventati adulti:
“I bambini con più esperienze traumatiche presentavano una probabilità molto maggiore di soffrire di depressione cronica e di avere problemi di salute importanti, così come una probabilità da tre a cinque volte maggiore di tentare il suicidio”.
Tempo fa mi successe un’altra cosa. Andai a un ritiro di meditazione in un monastero zen. Scelgo sempre la stanza singola perché so che faccio fatica ad addormentarmi prima di mezzanotte. Sono una surrenale che preferisce andare a letto tardi. Si nasce e si muore gufi oppure allodole, non si cambia. Prima di dormire devo leggere un po’ perché mi rilassa molto; è provato da studi scientifici che leggere anche solo qualche pagina riduce i livelli di stress. In quel monastero, però, le stanze singole non hanno dei veri e propri muri a separare le stanze, per metà hanno del vetro opacizzato. Così, il primo giorno, una volta andati a letto alle 21, mi misi al collo la mia lucina da lettura per non dare fastidio a nessuno, ma di lì a poco una signora vicino alla mia stanza iniziò a lamentarsi e a insultare chi aveva ancora la luce accesa. Una coppia di ragazzi spense la luce dopo che la signora era andata a bussare e a lamentarsi alla loro porta. Io non la spensi.
La signora iniziò a inveire contro di me. Di rimando, dall’interno della mia stanza, le dissi che avevo scelto la singola appositamente per poter leggere e stare tranquilla e che la luce era davvero fioca. Nulla da fare. Non smise di lagnarsi e di accusarmi. A quel punto sentii crescere in me una forte agitazione. L’ansia prese il sopravvento. Per un po’ feci fatica a realizzare che non ero a casa con mia madre che mi sgridava perché non riusciva a prendere sonno per colpa del mio raffreddore, della tosse o perché tornavo a casa troppo tardi la sera.

Probabilmente anche la donna di fianco alla mia stanza aveva subìto i suoi bei traumi, proprio come mia madre, non potevo farci nulla. Spensi la luce e uscii a fumarmi una sigaretta guardando le stelle. Era il periodo in cui facevo la psicoterapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), capii che ero nel pieno dell’elaborazione del mio passato e la mia finestra di tolleranza era davvero sottile. Rientrai, feci le valigie e me ne andai. Non avrei mai potuto sopportare altre quattro notti in quel modo. Non era colpa di nessuno.
Una volta in auto sentii il mio umore migliorare. Misi la musica ad alto volume e tornai a Milano cantando e sorridendo. Mi ero protetta. Mi ero fatta del bene, e senza temere giudizi. Il giorno dopo mandai una mail al monastero spiegando l’accaduto e mi risposero che erano dispiaciuti e che capivano cosa fosse successo.
Nei miei libri parlo sempre di controindicazioni delle pratiche meditative e dello yoga, sono una delle poche a farlo. Inserisco sempre un capitolo al riguardo in ogni mio testo. Lo faccio perché ho vissuto gli effetti collaterali della meditazione in prima persona, e non vorrei che capitasse anche ai miei allievi e ad altri meditanti.
La meditazione e la mindfulness (e così lo yoga) possono risvegliare traumi, causare ansia, disagio, agitazione, inquietudine, stati di dissociazione e non soltanto durante lunghi ritiri di meditazione. Quindi? Non dovremmo meditare? Dovremmo averne paura? No, ma le persone vanno informate, gli allievi vanno avvisati. Per esempio, prima di partecipare a un Protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) è bene chiedere se si è in cura da uno psicologo, se si stanno assumendo psicofarmaci e, soprattutto, non si devono far partecipare persone borderline, schizofreniche o che hanno appena subìto lutti. Tutti coloro che hanno problemi di dipendenza, alcolismo o che stanno attraversando una depressione grave, vanno accolti con attenzione: solo se sono seguiti da psicologi – i quali vanno avvisati – o se sono in fase remissiva.
Per insegnare meditazione o mindfulness non è necessario essere terapeuti ma nonostante questo certi psicologi vogliono far credere che queste pratiche appartengano a loro, quando invece bisognerebbe controllare che i terapeuti siano dei meditanti e che conoscano bene queste dinamiche.
Treleaven racconta di aver ricevuto e di continuare a ricevere tantissimi pazienti e meditanti che hanno riscontrato questo tipo di problemi. La Mindfulness può essere d’aiuto, ma bisogna essere istruttori certificati capaci di guidare gli allievi con questo tipo di problematiche, che vanno considerati a tutti gli effetti dei sopravvissuti. In molti casi è bene interrompere per un po’ la meditazione e consigliare un percorso di psicoterapia a parte, e dopo un po’ tornare a meditare.
Le pratiche improntate alla Mindfulness possono rafforzare la consapevolezza del corpo, aumentare l’attenzione e la capacità di regolare le emozioni, possono diminuire il volume della materia grigia nell’amigdala – con conseguente riduzione della reattività ai trigger legati ai traumi – possono contribuire a un ispessimento delle aree della corteccia prefrontale nel cervello, il che significa essere in grado di esercitare un maggior controllo esecutivo sull’impulsività delle azioni generate dal cervello emotivo.
“La Mindfulness, per fortuna, è in grado di affrontare tutto questo: rafforza la nostra capacità di restare presenti di fronte a ciò che sembra insopportabile”.
Ma non possiamo dimenticare che in certi momenti la meditazione può anche peggiorare i sintomi dello stress traumatico, generando flashbacks, aumento dell’attivazione emozionale e dissociazione, disconnessione tra i pensieri, le emozioni e le sensazioni fisiche. E questo vale sia in contesti Mindfulness legati al Protocollo MBSR sia in contesti buddhisti. Bisogna essere pronti a gestire la situazione di disagio degli allievi, riconoscerla ed evitare la ritraumatizzazione. È necessario capire che le cose possono essere cambiate soltanto nel momento in cui si sceglie di affrontarle.
Più volte ho raccontato del mio primo incontro con lo yoga, ormai vent’anni fa. Ne ho scritto in vari articoli e nei miei libri. Ricordo benissimo quanto stetti male, quanta ansia e agitazione provai durante la pratica. E mi sentii sbagliata, perché tutte le persone intorno a me sembravano così tranquille. Stavo entrando in contatto con le mie emozioni e sensazioni in modo forzato e insopportabile. Ma io, in quel periodo, non volevo sentire niente. Sarei voluta sparire. Avrei voluto dimenticare. Eppure, oggi insegno yoga e meditazione, sono una formatrice e istruttrice mindfulness e del Protocollo MBSR. Non l’avrei mai creduto possibile. La pratica mi ha cambiato e ha dato un senso alla mia vita. Scrivo anche libri al riguardo. Ho fondato “L’Approdo”, una specie di “posta del cuore della meditazione” dove le persone possono scrivermi per parlare di tutti i problemi e degli effetti avversi che riscontrano durante la pratica. Non parlare anche delle controindicazioni rischia di far perdere una grande occasione alle persone che in realtà ne avrebbero più bisogno.
Questa è divulgazione. Questo è dharma. Questa è compassione. Questa è consapevolezza.
Articolo scritto per la rivista culturale Pangea.news
La mindfulness per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo
Nel mio allegato uscito per Corriere della Sera, Io Donna e Gazzetta dello Sport, intitolato "Mindfulness.Teoria e pratica. I legami con la filosofia", ho raccontato anche la mia storia personale e di come e perché mi sia avvicinata alla mindfulness.
Uno dei motivi? Soffro fin dall'adolesenza di una forma lieve di Disturbo Ossessivo-Compulsivo, che ho imparato a gestire grazie alla psicoterapia e alla mindfulness. In che modo?
Ve ne parlo in questo piccolo estratto:
"In un articolo nel blog della Federmindfulness, si è parlato specificatamente del contributo della Mindfulness nel trattamento del doc, che è considerato una delle condizioni psichiatriche più invalidanti, in grado di compromettere in modo significativo la qualità della vita, il funzionamento lavorativo e le relazioni sociali.
Il disturbo consiste nella presenza di pensieri, impulsi o immagini intrusive e ricorrenti (ossessioni), spesso associati a comportamenti ripetitivi o rituali (compulsioni) che si mettono in atto con l’intenzione di ridurre l’ansia e il malessere provocato dalle ossessioni.
Di solito il disturbo esordisce durante l’adolescenza e, se non viene trattato, può cronicizzarsi (Bürkle, Schmidt & Fendel 2025).
Anche la terapia cognitivo-comportamentale si rivela utile per il trattamento del doc, ma un terzo dei pazienti così trattati dichiara di non aver ottenuto una riduzione clinicamente significativa della gravità dei sintomi, evidenziando la necessità di strategie terapeutiche complementari.
La Mindfulness, invece, aiuta a entrare in un’ottica di accoglienza, accettazione e tolleranza dei pensieri, anziché sopprimerli, evitarli o cercare di neutralizzarli (Bürkle, Schmidt & Fendel 2025).
È questo che mi ha aiutato e che ha fatto la differenza: osservare la mia mente senza reagire in modo impulsivo e giudicante. Tramite questa pratica, i pazienti imparano a riconoscere i pensieri ossessivi come eventi mentali transitori, e non come verità assolute o minacce da neutralizzare.
La Mindfulness aiuta a cambiare il proprio rapporto con i contenuti mentali. Non conta ciò che pensiamo, ma il modo in cui i pensieri vengono vissuti. La pratica incrementa una maggiore flessibilità e gentilezza verso sé stessi e, soprattutto, una maggiore tolleranza dell’incertezza (Bürkle, Schmidt & Fen- del 2025).
I programmi basati sulla Mindfulness e sull’accettazione (Mindfulnessand Acceptance-Based Programs) sono risultati efficaci nel trattamento del doc e dei sintomi depressivi, con benefici osservabili sia al termine del trattamento sia nei follow-up successivi.
I pazienti hanno notato miglioramenti sia per quanto riguarda la gravità dei sintomi, sia nella riduzione dell’ansia, oltre a percepire miglioramenti moderati nei sintomi depressivi (Mindfulness and acceptance-based programmes for obsessive compulsive disorder: A systematic review and meta-analysis, 2025).
Da quando ho cominciato a praticare e a insegnare Mindfulness, le ossessioni non sono sparite completamente, ma vengono a trovarmi con molta meno frequenza, sono meno travolgenti e sempre meno credibili. Le vedo arrivare, attraversano la mia mente, ma anziché reagire in preda all’ansia, le osservo con curiosità per quello che sono: pensieri, non fatti. Non lotto, li accetto e li lascio passare anziché reagire con una compulsione".










