Non bere alcol è una figata

Nel 2026 saranno quattordici anni che non bevo alcol.

Che ne dite?

Che ne dite di far diventare la sobrietà una cosa “cool”?

Che ne dite di provare anche voi a non ubriacarvi per essere divertenti e socievoli.

Rendere la sobrietà una qualità e non qualcosa da insultare o denigrare.

Nel mio prossimo libro che uscirà a breve e nel mio allegato sulla Mindfulness che ho scritto per il Corriere della Sera (dal 19 febbraio in edicola o disponibile online qui), racconterò anche parte del mio percorso, la mia storia.

Non ce l'avrei mai fatta da sola. Ci sono voluti anni di psicoterapia e poi l'incontro con la meditazione.

Ma una vita senza droghe e alcol è possibile e può trasformarsi in qualcosa di meraviglioso che non avremmo mai creduto possibile.

Non ci credevo nemmeno io. E invece, eccomi qui.

Sono vent’anni che non assumo droghe. Più di tredici anni che non bevo. Da più di dieci non prendo psicofarmaci.

Sono sobria e felice.

La lucidità mi ha dato la forza di arrivare dove sono arrivata, altrimenti non avrei potuto realizzare nulla.

Anch’io ho creduto per anni che fosse “cool” fare la “bella e dannata” e avere l’anima rock’n’roll (cosa che è rimasta), ma questo non vuol dire dover buttare via la propria vita.

E tu hai mai provato a non bere alcol almeno per 21 giorni come propongono anche gli alcolisti anonimi come primo step?


Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere

Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui carboni ardenti. 

Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.

Il tempo è poco.

Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.

Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.

Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di prima.

E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto se l’allievo non smette di desiderare.

L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno 10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una “seconda natura”.

Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi, dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”, per usare il gergo giovanile.

Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una sovversione.

Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro; corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.

Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga, anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.

Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione, che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora, figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.

“Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso nasce la “cultura” moderna”. 

Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme per il corpo, andare dall’estetista.

“Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign” oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”. 

Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto, l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che una volta era santità, oggi è fitness.

Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.

I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.

Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in ammirazione.

“Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la forma che assume la passione del saper-fare”. 

Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.

E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre, Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza. Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile, verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio. Attua una rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto, l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci che ti privano dell’anima.

Le cose non possono più andare avanti così.

Il resto, sono solo chiacchiere.

 

Articolo scritto per la rivista culturale Pangea.news


Non avvicinatevi alla meditazione

La meditazione ha degli effetti collaterali orribili, non iniziate a praticare!

Eccone alcuni:

-imparerai a volerti più bene

-non riuscirai più a dire di sì a tutto e a tutti

-vorrai cambiare la tua vita

-vorrai circondarti di persone che ti capiscano

-non vorrai più sprecare tempo

-non vorrai più ascoltare solo cazzate (ogni tanto sì, è divertente)

-imparerai a stare bene da solo

-non avrai più paura di dirti e di dire la verità

-non riuscirai più a fingere

-non avrai più paura di guardarti dentro

-non avrai più paura del tuo lato d’ombra

-non riuscirai più a fare le cose di fretta

-imparerai ad ascoltare quello che dicono le persone (sul serio, fino alla fine, tutto, pensaci bene…)

-riderai anche nei momenti più tragici

-non ti porterai più dietro i rimpianti

-non ripenserai più ottocento volte agli errori fatti. Andrai avanti, cavolo se andrai avanti

-non sopporterai più l’ipocrisia e la superficialità

-penserai alla morte (e pure tanto, e finalmente!)

-il corpo sarà più in forma

-a volte dormirai meglio, solo a volte

-sarai presente, sempre (anche qui… pensaci bene)

-a volte ti farà piangere e ti farà notare la tua ansia

-non ti farà rilassare

-non cambierà la tua vita, sarai tu a doverlo fare

-avrai il coraggio di cambiare ciò che non ti aggrada

-non sopporterai più i soprusi e le bugie e vorrai gentilezza e affetto (che disastro!)

 

Insomma, sei pronto per tutto questo e molto altro?

 


Non farti più del male

Nessuno mi aveva detto che in realtà non si cresce mai. Forse questa è la cosa che rende inaccettabile morire. Sembra che ce ne andiamo quando il tempo non è nemmeno passato.

Ora, per la prima volta, sono in un posto sicuro dove sento che nessuno potrà raggiungermi, ferirmi o portarmi via. Perché non è un luogo fisico. È dentro.

Io l'ho visto, l'ho guardato quel telo bianco sopra al corpo morto e rinsecchito di mia madre. Ho visto i cadaveri bruciare a Varanasi, sciogliersi come neve sulle fiamme, spezzarsi, cadere a terra e non essere più niente. L'ho vista quella luce, quella pace che compare quando hai perso la speranza e sei pronto ad andare, e la verità è che non fa paura.

È la vita a farci paura, non la morte, perché rimaniamo bambini per sempre, anche quando da fuori sembra che abbiamo il deserto negli occhi. Sono stata in analisi tanti anni, ora non ci tornerò, perché ho bisogno di sentire e so contenere o quantomeno devo imparare a farlo.

Ci si deve far attraversare dalle emozioni e non anestetizzarsi. Bisogna diventare bambini coraggiosi.

Tante persone sono semplicemente fragili, non cattive. Ma cosa bisogna attraversare e quanto lontano bisogna andare per poter guardare le foglie sugli alberi mosse dal vento e stare bene e vedere in quel momento tutto l'Universo.

Dopo aver a lungo guardato, imparare a vedere, ed essere pronti ad accogliere nella propria vita solo chi sa vedere come noi e volere solo il meglio, l'amore e la gentilezza, altrimenti meglio il nulla e la sana è rinvigorente solitudine. Non l'avrei mai detto, ma la mia felicità conta.

E non solo non ci avrei scommesso ma non l'avrei mai ritenuto possibile. Una bambina da amare follemente ora ce l'ho, ed è dentro di me. Forse mia madre alla fine è stata comunque un grande esempio, mi ha mostrato cosa non fare e cosa non essere mai.

E mi è costato tanto, ma le sono immensamente grata. Ha reso possibile a me ciò che lei si è negata: la felicità. Che sia questo un anno di rinascita, dopo un anno di croce e lutti e morti e di cose perdute per sempre.

Ho accarezzato mia madre più da morta che da viva, e questo dispiacere mi rimarrà dentro per sempre. Quando ho perdonato era troppo tardi. Tutto dovrebbe diventare più naturale e leggero, domare l'autosabotatore, che non è altro che un bambino che ha paura.

Non farti più del male, fidati di te stesso. Puoi farlo.

Buon anno.

 

 

 


I miei consigli di lettura natalizi per L'Indiscreto

Mi chiedo se quelli che ogni anno mettono le luci di Natale fuori dalla finestra siano rimasti gli unici ad avere speranza e fiducia, o se sia solo un automatismo, un gesto che semplicemente va fatto.

Nonostante tutto.

Voglio consigliare tre libri proprio a tutti coloro che hanno bisogno di trovare un motivo per andare avanti e ricominciare a credere in qualcosa.

Tre libri del passato, che però, ancora oggi, sono in grado di far tornare a vedere la luce anche alle anime più spente.

 

“Esercizi spirituali e filosofia antica” di Pierre Hadot. Un libro che ha accompagnato questo mio anno difficile e che mi ha ricordato nuovamente che siamo venuti al mondo per filosofare, meditare, contemplare, amare e imparare a vivere e a morire bene. Perché meno penseremo alla morte e peggio staremo, non il contrario.

“Il Pellegrino Cherubico” di Angelus Silesius, considerato da molti il versificatore di Meister Eckhart. Quest’ultimo sosteneva che “Dio è morto perché io muoia al mondo e a tutte le cose”. Silesius fu meno estremo, e infatti non lo raggiunse nessuna richiesta di scomunica. Cristo nasce e muore per rammentarci che l’unica via è la via dell’amore, anche se dobbiamo prepararci a un distacco (forse temporaneo) dalle cose. Il senso della vita? “La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce, a sé stessa non bada, che tu la guardi, non chiede”.

E poi, “La consolazione di Filosofia” di Severino Boezio. Un libro che mi ha illuminato e commosso fino alle lacrime per la bellezza della prosa, dei versi e per la sua profondità. Perché solo la filosofia sa consolare quando tutto sembra diventare privo di senso: “So qual è la causa più grave del tuo male: tu non sai più chi sei”. Le ossa di Severino Boezio sono ben visibili e si trovano nella Basilica San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, nella cripta. Di sopra, subito dietro all’altare, c’è la maestosa tomba di Sant’Agostino. Ogni tanto vado a trovarli, a salutarli, a ringraziarli. Dopo aver letto questo libro, lo farete anche voi.

 

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Ridate ai giovani la paura dell'inferno

Si sta avvicinando il Natale.

In questi mesi abbiamo letto notizie agghiaccianti riguardo a storie di giovani che hanno picchiato, rubato, accoltellato, ucciso, stuprato.

Giovani italiani. Giovani stranieri.

Un disastro evolutivo e genitoriale.

Ma è davvero solo colpa dei genitori?

Non è anche colpa della scuola, della società, dei social.

La colpa non è di ognuno di noi?

Tutto questo avviene a causa della mancanza di valori.

Non si deve per forza tornare a credere in Dio. Non so se risolverebbe tutti i problemi. Ma è un fatto che i giovani di oggi non abbiano più paura di nulla.

Non temono la prigione. Non hanno paura di essere sgridati o delle punizioni perché non riconoscono nessuna autorità. Non hanno paura dell’inferno.

E allora non è il caso di chiedere ai figli, ma prima di tutto a sé stessi, qual è lo scopo della nostra vita?

Per cosa vale la pena vivere? Cosa ha valore e cosa no? Cosa si pensa che ci sia dopo?

Se il nulla dilaga, allora tutto è permesso. Il nichilismo ha vinto.

Non deve essere un Dio a far prevalere la giustizia morale.

Bisogna ripensare all’etica, ai principi, all’educazione civica e affettiva.

Bisogna prima di tutto ridare valore all’esistenza, al nostro essere nel mondo ma non del mondo.

Credo fermamente che la natura umana sia buona, che nell’anima di ciascuno ci sia bontà e saggezza, ma senza consapevolezza e chiarezza mentale, questa natura rischia di perdersi, di offuscarsi.

Vi auguro che queste festività non siano solo l’ennesima occasione per consumare e distrarsi, ma un’opportunità di riflessione, di profondo ascolto interiore e di riscoperta dell’amore.

 


"Tantra" non vuol dire fare sesso a lungo

Nel mio libro bestseller “Il pensiero tibetano. Comprendere la via buddhista alla pace della mente” Giunti Editore, ho parlato molto di Tantra perché il buddhismo tibetano (Vajrayana) è buddhismo tantrico.

Ma che cos’è questo famoso tantra?

In realtà non ha nulla a che vedere con i massaggi (che non esistono nel Tantra), con le orge o con pratiche volte al raggiungimento dell’orgasmo.

Vi metto un piccolo estratto dal mio testo: “Nel Vajrayana il nirvana diviene piacere, inteso come appagamento superiore anche all’orgasmo.

Il sesso può essere una pratica necessaria al percorso volto all’illuminazione: lo scopo non è la soddisfazione erotica e l’emissione del seme, anzi, il seme viene trattenuto e viene fatto immaginariamente risalire attraverso avadhuti, il canale centrale, fino alla cima del capo, momento in cui avviene la fusione con l’Essere adamantino, il raggiungimento del nirvana.

Quando parliamo di Tantra non parliamo di strane pratiche esoteriche o del far durare un rapporto più a lungo, come spesso pensa l’Occidente.

Il sesso è un mezzo per trascendere, per raggiungere poteri sovrannaturali, non si deve cedere alla pulsione ma dominarla.

Come scrive l’indologo Padoux nel suo libro “Tantra”, è partecipazione al gioco dell’energia divina, è raggiungimento della beatitudine.

Il praticante può usufruire della vera presenza di una donna o visualizzare le divinità mentre copulano con le consorti.

Il Dalai Lama specifica che queste pratiche non sono previste in tutte le scuole e sono riservate soltanto a chi ha già raggiunto stati elevati sul sentiero d’illuminazione.

Oltretutto, sono pratiche segretissime cui non può accedere chiunque, altrimenti portano alla creazione di karma distruttivo”.


Esci a passeggiare con la tua migliore amica: l'ansia

È dura arrivare a quarant’anni. Si possono sperimentare tristezza e solitudine, ma allo stesso tempo si può anche scoprire quanta forza abbiamo che non sapevamo di avere, quante cose sappiamo fare che non pensavamo possibili, quanto coraggio, quanta consapevolezza.

Continuiamo a sprecare tempo senza essere noi stessi, senza dire cosa proviamo, senza inseguire la nostra strada.

Senti l’ansia, attraversala. Fatti invadere. Ascolta quel petto che ti fa sentire come se stessi soffocando, come se mancasse l’aria, e invece è lei, sempre lei, e fa male. Ed è dentro, non puoi scappare. Tenti di soffocarla ma è sempre lì sotto.

E allora, invece di continuare a evitarla, prova ad abbracciarla come faresti con un bambino che non smette più di piangere, anche se tua madre non lo faceva con te. Fallo tu per te stesso. Lo puoi fare, lo sai fare.

Uscite insieme a passeggiare, ascoltate della musica, piangete uniti, e vedrai che diventerete grandi amici.

E a volte non avresti voglia di vedere questo amico, non vi capirete, non vi sopporterete, ma se l’amicizia è vera e sincera, di quelle che anche se non vi sentite per mesi quando lo farete sarà come esservi sentiti ieri, allora tutto diventerà sopportabile e accettabile, anche se non l’avrai creduto possibile.

Perché quell’ansia è lì per restare, e si farà viva come una buona amica, e ti farà notare e capire che qualcosa non va o fa ancora male.

Ma proprio come qualcuno che osserva dall’esterno, a volte avrà tutto ben chiaro più di quanto ce l’abbia tu, basta non aver paura di ascoltare.

 


Meditare 5 minuti al giorno non serve a un ca**o

No, meditare cinque minuti non ha senso, non fate nemmeno in tempo a entrare nella fase “samatha”, la meditazione concentrativa, figuriamoci in quella “vipassana” e cioè profonda o analitica.

Non potrete cogliere i benefici della pratica se non mediterete minimo minimo 20 minuti al giorno per mesi.

Non a caso durante il Protocollo MBSR, il metodo ufficiale di riduzione dello stress basato sulla Mindfulness, ai partecipanti vengono richiesti 45 minuti al giorno di meditazione per otto settimane.

Sembra eccessivo? Fate conto che comincerete ad avere una vaga idea di cosa sia la meditazione dopo circa 10.000 ore di pratica. Avete letto bene, 10.000.

Ne vale la pena? Sì.

È una scelta impegnativa? No, se sarete motivati e comincerete a sperimentare quanto sia importante.

Non vi costerà nessuno sforzo sedervi a meditare per almeno mezz’ora o un’ora al giorno tutti i giorni, anzi, non vedrete l’ora di farlo.

Non fidatevi di chi dice che bastano 5 minuti al giorno di consapevolezza del respiro.

La meditazione, una volta entrata nella vostra vita, cambierà i vostri valori e ridarà senso a molte cose.

Cambierà e migliorerà la vostra concezione di voi stessi e del mondo.

Non sentirete più di brancolare nel buio. Avrete sempre un porto sicuro cui tornare e sempre disponibile dentro di voi.

Non si tratta di qualcosa di esterno.

Non si tratta di un breve esercizio, ma di qualcosa che può cambiare per sempre la vostra visione della realtà.

 


Kokoro. L’armonia che cambia la vita

Ho scoperto la parola “kokoro” leggendo i testi di Eihei Dōgen, maestro e monaco zen nato nel 1200 e morto nel 1253, fondatore della scuola Sōtō-shū.

E ora ho ritrovato questa parola in un libro pubblicato dalla casa editrice Solferino “Kokoro. L’armonia che cambia la vita”, dell’autrice Rie Ichinomiya.

Ma che cosa significa “kokoro”? Vuol dire “cuore-mente”, e cioè che il cuore, per stare bene, deve trovarsi in perfetta armonia e sintonia con la mente e viceversa.

Come scrive Ichinomiya, si tratta di un muscolo invisibile che si allena nella concentrazione, di un respiro fatto prima di prendere ogni decisione, e che si ritrova nella cura dei dettagli, nello scegliere parole capaci di guarire anziché ferire. Qualcosa che non è solo giapponese, ma che appartiene al mondo intero.

Rie Ichinomiya ha scelto di raccontare alcune storie di donne giapponesi per farci capire che cos’è il “kokoro”, prendendo ad esempio le loro vite intraprendenti e passionali, quella della poetessa e dell’attrice, della politica e della samurai.

 

"Parlare di kokoro significa parlare della parte più sottile e insieme più concreta dell'esperienza umana: il cuore che sente e la mente che pensa, la radice delle emozioni e la sorgente delle decisioni. In Giappone, questo concetto non ha mai indicato solo un moto interiore, ma anche una forma di energia che plasma la vita collettiva tanto quanto quella individuale. È il kokoro che permette di affrontare le tempeste esterne con chiarezza interiore, di trasformare la rabbia in forza costruttiva, di governare le relazioni come si forgia un'armatura invisibile. È il cuore-mente che sa riconoscere i propri limiti e mutarli in risorsa, che mantiene la disciplina delle emozioni come si tempra una lama, che vede nella crisi non una fine ma l'inizio di una metamorfosi".

 

Il segreto è sempre e solo uno, il più importante: quello di coltivare la disciplina interiore, un’arma molto potente.

Il “kokoro” permette di coltivare lucidità, pienezza di spirito, sviluppare intelligenza emotiva e di non far vincere la nostra tendenza alla reazione automatica.

Ecco come far diventare la tensione tra emotività e controllo una forma d’arte: con il kokoro.

Con il “cuore-mente”, tutto diventa possibile.