Ho avuto bisogno di fermarmi. E tu?

Mi rendo conto solo ora di quanto sia stato duro quest’ultimo anno.

Ho trascorso questi giorni di Pasqua da sola a casa in una sorta di ritiro spirituale, in silenzio, senza social, senza vedere quasi nessuno, tranne domenica a pranzo, momento in cui ho trascorso qualche ora con i miei cari, mangiando quel poco che basta.

Avevo bisogno di fermarmi, di piangere, di pensare, di scrivere, di meditare e pregare.

Non mi sono mai sentita così sola e allo stesso tempo così forte.

Perché non prendiamo più questi momenti di festa come un’occasione per fare il punto, per capire cosa c’è da cambiare, per capire come ci sentiamo davvero nel profondo dell’anima? Perché dobbiamo sempre riempirci le giornate di cose da fare, di persone da vedere? Cosa abbiamo paura di perdere?

Immagino che molti siano arrivati a martedì ancora più stanchi, stremati. Molti avrebbero voluto scendere dalla giostra, ma non lo hanno fatto come per senso di colpa.

IL VUOTO

E allora quand’è che dedichiamo dello spazio alla riflessione se ogni istante è quello buono per inventarsi un modo per riempire il vuoto?

Cos’è che ci fa così paura? Capire che stiamo sbagliando o che abbiamo sbagliato troppe cose? Che non siamo dove vorremo essere? Che non vorremmo vivere la vita che stiamo vivendo? Che vorremmo cambiare tutto ma non sappiamo da che parte cominciare? Non vogliamo vedere che mancano le forze?

Eppure il tempo che abbiamo a disposizione non è fatto per correre. Siamo fatti per ascoltare e per muoverci con consapevolezza.

Questo vuoto mi ha insegnato più di mille parole. Questi giorni di sofferenza, Resurrezione e ascesa mi hanno fatto sentire nel posto giusto. Sono rimasta, anziché scappare. Perché è così che arrivano le risposte.

Come disse Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”.

E cioè: segui il tuo cuore senza mai tradire te stesso e non sbaglierai mai.

Ecco a cosa mi è servita la Pasqua, non a fare gite, viaggi o pranzi senza fine, ma a recuperare il rapporto con me stessa e la contemplazione, senza fare nulla, guardando il cielo fuori dalla finestra, senza la smania di raggiungere obiettivi o luoghi sempre troppo lontani dallo spirito sostanziale dell’esistenza.

Come possiamo pensare che le cose possano migliorare se non facciamo tutto questo? Dove pensiamo di andare sempre trafelati? Come pensiamo di vivere se non siamo mai intenzionati a sentire, a restare in ascolto anziché parlare, sempre, continuamente.

LA MENTE

Il silenzio è la vera dimora. È lì quello che cerchiamo e che non fa paura.

Come scritto nel testo sacro indiano Maitriya Upanishad:

“C'è qualcosa al di là della nostra mente che dimora nel silenzio della nostra mente. È il mistero supremo al di là del pensiero. Lasciate che la vostra mente e il vostro corpo sottile si posino su questo e non si posino su nient'altro”.

Non temete ciò che c’è fuori, spesso il nemico risiede nel vostro mondo interiore. Fatta pace con quello, siete già ben oltre metà del cammino.

Quando poi capirete che non c’è mai stato nessun nemico, allora sentirete quella pace tanto agognata, e sarete liberi.

 


Smettiamola di avere paura dell'amore

Sui social e sui giornali ho notato che spesso escono articoli che parlano del valore dell’indipendenza femminile, della bellezza di essere single, di quanto sia gratificante essere libere senza dover rendere conto a nessuno.

Escono articoli che parlano di storie d’amore tra personaggi della vita reale o dei film, e subito dopo escono articoli che definiscono queste storie come “amori tossici”, e con un po’ troppa facilità.

Ormai gli uomini sembrano tutti narcisisti patologici, bastardi, infedeli, cattivi. Se non li odi sembri non essere “femminista”.

Io mi considero una grande femminista ma non sono mai arrivata a odiare gli uomini, nemmeno i miei ex, nemmeno quelli che mi hanno fatto del male.

E, soprattutto, non ho mai smesso di credere nell’amore.

Penso fermamente che l’amore sia la cosa più bella che possa capitare nella vita di una persona.

Non sono una che pensa che sia meglio stare da soli. È molto più bello stare in coppia quando si trova la persona giusta.

Basta con questa retorica del “meglio soli”. L’essere umano non è portato per stare da solo.

L’amore va difeso, protetto, osannato, agognato, ma mai cercato in modo ossessivo.

È bene bastare a sé stessi e non avere paura di stare da soli, ma a volte sembra che alcuni vogliano vendere una grande bugia di elogio della solitudine a un target di business molto ampio.

Sembra che se non stai da sola vuol dire che non sei realizzata e che sei quasi “inferiore”.

Invece non c’è nulla di male a volere qualcuno nella propria vita e a essere tristi se non lo si trova.

Che male c’è nel desiderare un amore passionale che faccia perdere la testa o averne uno e pensare di non poter più vivere senza di lui?

L'AMORE ROMANTICO

Dov’è finito il romanticismo?

E invece, anche sui social, sta diventando quasi strano o sbagliato farsi vedere in coppia o mostrare il proprio compagno/a. Come se fosse poco cool o qualcosa da nascondere o che potrebbe disturbare. Se poi non lo facciamo per una questione di privacy, allora ben venga.

Il problema vero è che sta diventando sempre più difficile conoscere e trovare un buon compagno. Basta parlare con le trentenni o le quarantenni di oggi a Milano.

C’è molta disillusione se non disperazione. C’è paura di restare da sole, ma non perché non lo si sappia fare, ma perché è il sogno di molti avere qualcuno con cui condividere il viaggio.

La vita è già abbastanza dura in coppia, lo è ancor di più da soli.

Quindi, non abbiate paura di rischiare, di provare, di buttarvi, di dichiararvi anche se durerà poco, anche se non sarà quello giusto.

Ritentate.

E una volta che avrete trovato l’amore, proteggete il nido, perché la verità è che non c’è nulla che conti di più al mondo.

Non c’è successo o soddisfazione materiale che possa equipararsi al valore dell’amore, ovviamente anche a quello filiale o per il prossimo.

Abbiate cura di chi vi farà sentire al sicuro, ascolterà, capirà, non vi giudicherà, vi permetterà di essere voi stesse, non mentirà, non tradirà, non nasconderà nulla, non metterà nulla al di sopra di voi, vi desidererà sempre, vorrà che esista un altrove solo per stare con voi in eterno.

 


La maledizione della scrittura. Ovvero: discorsi intorno a “La mattina scrivo”

La mattina medito – poi scrivo.

Ho cominciato a scrivere a dodici anni, quando mia madre mi regalò il classico diario segreto con il lucchetto. Da quel giorno non ho più smesso di scrivere. Ho ventidue diari. Li conservo ancora tutti. Ho sempre voluto scrivere, ero felicissima quando in classe arrivava il giorno del tema.

A quattrodici anni facevo già la baby sitter, la telefonista in una pizzeria e ogni tanto andavo ad aiutare mia madre a fare le pulizie negli uffici. E tutto per avere qualche soldo. Poi, crescendo, ho fatto la gelataia, la segretaria, la cameriera. E intanto mi pagavo l’Università.

Nel frattempo cercavo di risolvere i miei problemi mentali, tra psicofarmaci e alcolismo conclamato, il tutto mentre studiavo, lavoravo e iniziavo a trascrivere i miei diari segreti per farne un’autobiografia. Lo facevo mentre lavoravo come segretaria part time in uno studio legale; invece di studiare per gli esami, mi portavo il computer per scrivere il mio primo romanzo. Perché avevo capito cosa volevo fare: scrivere. Mio padre mi disse di tenermi un lavoro vero e di non farmi venire strani grilli per la testa. E poi, chi cavolo mi credevo di essere?

Inutile dire che dopo qualche mese non avevo concluso un bel niente. Non avevo dato esami, il mio romanzo faceva schifo, e anche come segretaria legale stavo iniziando a fare schifo.

Mollai tutto e mi trovai un lavoro full time come receptionist, a tempo indeterminato, ma dopo meno di un anno volevo morire. Non potevo leggere, non potevo scrivere, non potevo vivere. Arrivavo a sera stremata e uscivo a bere per non pensare più.

Mollai tutto. Di nuovo.

Mi cercai nuovamente un part time per avere tempo per studiare e per scrivere.

Frequentando i concerti e i locali notturni di Milano, conobbi tantissime persone, tra cui dei giornalisti e degli addetti agli uffici stampa che si occupavano di musica. Così cominciai a scrivere qualche recensione per delle riviste – ovviamente gratis. Dopo poco mi lasciarono a casa dal lavoro. Ero stanca, distrutta, non ne potevo più di cambiare mansione ogni tre mesi, e intanto studiare, provare a dare gli esami e ubriacarmi tutte le sere. Pubblicai un post su Myspace – il primo social network di noi millenial – in cui dichiaravo tutta la mia disperazione; chiesi anche se qualcuno avesse un lavoro da offrirmi. Mi arrivarono un paio di proposte: critica musicale e stagista per un ufficio stampa. Accettai subito. Finalmente avrei potuto scrivere ed essere anche sottopagata per farlo. Cominciai a lavorare otto ore al giorno. Mollai l’Università, dopo qualche tempo smisi di bere, e successivamente cominciai a lavorare a tempo pieno in una redazione che si occupava d’arte, altra mia grande passione.

Ma a un certo punto la voglia di scrivere divenne troppo forte. Non mi bastava più fare qualche recensione, articoli, interviste. Mi dedicai completamente alla stesura del mio primo romanzo, che finii per pubblicare con una minuscola casa editrice indipendente. Poi pubblicai il secondo, che ricevette qualche bella recensione, la prefazione di Andrea G. Pinketts e qualche piccolo premio letterario. Nel frattempo, avevo cominciato a praticare yoga e meditazione, sempre per gestire le mie turbe psichiche, che dopo anni di psicoterapia erano comunque migliorate. Finii per appassionarmi talmente tanto alle discipline orientali da scegliere di mollare tutto (ancora una volta) e di dedicarmi soltanto allo studio, alla pratica e all’insegnamento della meditazione.

Continuavo a scrivere i miei diari e i miei romanzi, ero diventata una giornalista pubblicista, ma sentii anche il forte desiderio di cominciare a scrivere articoli sul mondo della meditazione, e poi libri. Ho pubblicato il mio primo saggio Il Pensiero Tibetano con Giunti Editore, che si può considerare un bestseller, e poi altri tre saggi, e a breve pubblicherò un altro saggio e un altro romanzo, e ne ho già pronti altri.

Ma no, non si vive comunque di sola scrittura. È raro, se non impossibile. Se poi parliamo di romanzi, una delle storie più veritiere e realistiche è proprio quella di Franck Courtès, il cui libro autobiografico è da poco uscito in Italia con il titolo La mattina scrivo, da cui è stato tratto anche l’omonimo film diretto da Valérie Donzelli e presentato alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Franck è un affermato fotografo francese che immortala celebrità, politici e musicisti. Guadagna tra i tremila e gli ottomila euro al mese. Ma un bel giorno molla tutto per la scrittura. È nauseato dal mondo della fotografia che inizia anche a essere un settore un po’ in crisi. Fa niente se ha due figli, una moglie, un appartamento a Parigi di centinaia di metri quadri con una vista favolosa. Lui prende e molla tutto, come quando s’impazzisce per un amante. Perché la spinta alla scrittura ha qualcosa di sessuale, è un istinto vitale, una passione che non conosce freni. Solo chi scrive sa cosa si sia disposti a fare. Come Franck, che pur di scrivere si ritroverà a diventare povero e a fare lavoretti come tuttofare. Perché il primo libro venderà poco, e così il secondo, e il terzo, nonostante le apparizioni alla radio, gli apprezzamenti della critica. Perché è così che funziona, lo dice anche Franck: magari ti ameranno, ti apprezzeranno, ti osanneranno, ma non è detto che avrai successo e che diventerai ricco.

Sono uscita dal cinema in lacrime, con il magone, singhiozzando. Molti intellettuali dicono che sei uno scrittore solo se scrivi romanzi, altri che sei un vero scrittore solo se guadagni grazie alla scrittura. La verità è che uno scrittore è uno che scrive, sempre, comunque, e che non può farne a meno, che guadagni oppure no, che scriva romanzi oppure no, che riesca a pubblicare oppure no. È uno che ha una fiamma, dentro, che non si spegne mai, e che brucia, brucia e si mangia via tutto. Una malattia che non dà tregua.

Lo scrittore è come un giocatore d’azzardo che non riesce a smettere, che continua a puntare, che spera sempre che la prossima giocata sarà quella vincente, la mano successiva quella giusta, il prossimo libro quello della svolta e del successo. Il libro che deve ancora nascere.

Scrivere vuol dire sacrificio, rinunce, compromessi.

Oggi io insegno mindfulness e scrivo un genere di libri che è molto richiesto in questo periodo, ma in passato mi sono ritrovata anch’io a litigare con i miei ex perché guadagnavo troppo poco, pur non mollando di un passo. E ho scelto i libri e non i figli, perché, come scrisse Denis de Rougemont in L’amore e l’Occidente:

“Sì, i romantici hanno ragione: e han ragione i realisti; e han ragione anche i letterati, quando in nome della loro vocazione dichiarano che bisogna scegliere tra fare dei libri o dei bambini: aut liberi aut libri, diceva Nietzsche”.

Flaubert, invece, in una lettera alla sua amata scrisse:

“Io penso spesso con tenerezza agli esseri sconosciuti, ancora non nati, stranieri, ecc., che si commuovono o si commuoveranno delle mie stesse cose. Un libro vi crea una famiglia eterna nell’umanità. Tutti quelli che vivranno dei vostri pensieri sono come dei figli seduti alla vostra tavola in casa vostra”.

Anch’io chiamo i miei libri figli. E mi commuovo quando qualche lettore mi scrive e mi ringrazia e mi dice che magari gli ho cambiato la vita. I libri che ho letto e che ho scritto sono stati la mia famiglia, sono stati e continuano a essere una delle ragioni che mi fa alzare dal letto la mattina, pur vivendo in un mondo che legge sempre meno, dove anche i finalisti al Premio Strega vendono quattrocento copie; dove con l’Intelligenza artificiale sembrerà che scriveranno tutti, ma davvero tutti, più o meno come adesso; dove le librerie e le case editrici chiudono; dove i libri spariranno del tutto; dove i tuoi amici e i tuoi parenti sono gli ultimi ad appoggiarti e a comprare i tuoi libri, figuriamoci a leggerli, proprio come succede a Franck, che durante una telefonata con la moglie scopre che no, i suoi libri non se li caga nessuno in famiglia, anzi, l’unica richiesta che gli fanno è: non metterci nei tuoi libri, dimenticando la famosa frase di Oriana Fallaci: non metterti mai con uno scrittore, finirai sicuramente in un libro.

Noi scrittori siamo rimasti uguali in un universo che non è più lo stesso.

E magari, un giorno, diventerai pure ricco, ma di una ricchezza di cui non ti frega niente, se non per il fatto che ti permetterebbe di avere tempo per scrivere senza tutta quest’ansia. Perché tanto, anche Franck, una volta diventato ricco, non farebbe altro che scrivere. Ma intanto, perché tosare l’erba, montare armadi e scaricare sacchi solo al pomeriggio?

Perché La mattina scrivo.

 

 

Articolo tratto dalla rivista culturale Pangea.news


Ho sempre aspettato la stabilità per essere felice. Ho sbagliato.

Stamattina ho avuto una vera illuminazione dopo una pratica di Body Scan.

Di solito mi siedo a meditare per almeno trenta minuti, ma stamattina ero davvero a pezzi e mi sono sdraiata per praticare.

Ho iniziato a portare consapevolezza alle piante dei piedi, poi alle gambe, su fino al bacino… fino a qui tutto bene.

Quando sono arrivata all’addome, ho come avuto la sensazione di avere gli organi invasi da una nube nera. Sì, la sensazione è stata proprio quella.

Poi mi hanno assalito un’infinità di pensieri. La mia pancia somatizza tutto, da sempre.

Mi sono passati davanti gli ultimi anni della mia vita, che sono stati pesanti. Poi ho inizaito ad andare a ritroso, e mi sono accorta che nel mio passato ci sono sempre stati momenti difficili, delle pause di serenità più o meno lunghe, e poi ancora problemi.

Poi è arrivato anche un altro pensiero: non è solo la mia vita a essere fatta così, ma quella di tutti, anzi, ecco un’altra intuizione, è proprio la vita a essere fatta così!

L'INTUIZIONE

Ed ecco l’intuizione: ho sempre aspettato la stabilità per essere felice, pensavo di aver bisogno di sicurezza, di certezze, ma l’unica verità assoluta è che tutto cambia continuamente.

Hanno ragione i buddhisti, tutto è impermanente, e lo sapevo già, e ne scrivo da tempo, ma un conto è leggere qualcosa al riguardo e scriverne, e un conto è sentirlo dentro, interiorizzare questa cosa.

Ecco perché non possiamo aspettare di essere felici – e non ha nessun senso farlo – perché le acque staranno calme per un po’, ma poi arriveranno altri cambiamenti.

O impararemo a essere in pace nel qui e ora nonostante tutto, o non lo sarai mai. O imparemo a fluire o non saremo mai soddisfatti.

Non possiamo aspettare che le cose vadano sempre come speriamo e che siano “perfette”. Anche perché la vita, a volte, sembra farci lo sgambetto proprio nei momenti più belli. Ma non è che ci sia qualcuno intento ad accanirsi contro di noi, è che la vita funziona così: ci sono momenti di stabilità e momenti in cui tutto ti crolla addosso, momenti in cui tutto è bellissimo e momenti in cui tutto sembra spezzarsi.

Quell’altalena, è la vita stessa.

E allora la nube nella mia pancia si è dipanata, mi sono sentita comunque al sicuro, ho capito di poter stare bene anche nell’incertezza, senza aspettarmi nulla. E questo che cambia tutto.

E cosa accade quando capisci qualcosa durante la meditazione? Perché di questo si tratta, non di annullare il pensiero. La stessa pratica buddhista vipassana vuol dire “meditazione analitica” o “insight meditation”; non si tratta di starsene lì come delle statue.

IL PUZZLE

Accade che un pezzo importante del puzzle trova finalmente il suo posto, e che quel pezzo andrà a formare la base della tua evoluzione. Accade che quell’intuizione entrerà a far parte di te e non se ne andrà più, perché non si tratta di qualcosa che hai pensato o intellettualizzato, ma di qualcosa che hai sentito realmente, di cui hai fatto esperienza.

E poi ho proseguito la mia pratica, ho lasciato andare, sono tornata al presente, al corpo, al respiro.

Avevo meditato per cinquanta minuti, non me ne ero nemmeno accorta.

Ed è stata una delle pratiche più importanti della mia vita.

 

 

Dejanira Bada

 


Il mio amore per il Medio Oriente

Non si può capire il Medio Oriente se non si è mai sentito cantare un muezzin dall'alto del proprio minareto. Quel loro salmodiare inneggiando a Dio è ipnotico e magico. Ha un fascino sublime che induce a un ascolto meditativo e immobile.

Cinque volte al giorno di canti, per ricordarci che siamo qui solo di passaggio, e che diamo troppa rilevanza alle cose materiali.

L'Islam è sottomissione a ciò che Dio vuole, se lo vuole: Inshallah.

Nel Corano non si parla bene delle donne, e nemmeno nella Bibbia o nelle Upaniṣad indiane. Anche i tanto pacifici induisti dicevano che si poteva battere una donna con un bastone.

Eppure, ho sempre amato andare in Medio Oriente. È peggio del Mal d'Africa. Sento il richiamo dei beduini, della polvere e del sole. Sarà per il deserto, per il canto dei muezzin, per l'aria torrida e sensuale, per i sapori e gli odori e i tamburi.

C'è qualcosa che urla nel deserto. È un richiamo ancestrale. Qualcosa, in quell'immenso vuoto, sembra ululare il tuo nome alle stelle. È più forte del richiamo di una madre o di un padre. Non lo si può ignorare.

Ho visitato Israele, la Giordania, l'Oman, gli Emirati, l'Egitto, la Turchia. Ho portato allieve a meditare nel deserto del Wadi Rum e del Sahara. Ho una dipendenza per l'hummus. Ho visto gli uomini guardarmi male mentre fumavo in pubblico. Ho toccato il Muro del Pianto e quello che divide Betlemme. Ho posato una mano sul Santo Sepolcro. Ho cavalcato dune d'oro e rosso sangue. Sono entrata nelle Piramidi e nei templi dei faraoni. Ho sentito cantare inni tra i camini delle fate della Cappadocia.

In pochi altri posti al mondo si sente la potenza della storia come in Medio Oriente. La culla della civiltà. Un tempo, Alessandria, era la capitale della cultura, delle mode, dei santi e dei peccatori. Quelle distese di sabbia sono state attraversate e vissute dai Padri cristiani del deserto, eremiti del Nulla, incapaci di fare del male a una mosca, considerati da molti degli eretici.

Perché la spiritualità non ha mai fatto del male a nessuno, la religione sì.

Leggi il libro della Sapienza. Poi leggi i giornali di oggi. Si parla delle stesse cose. Degli stessi conflitti, delle stesse guerre. Della Terra Promessa. Non è cambiato nulla. Dopo secoli e secoli.

I conflitti non esplodono solo per motivi economici. Le guerre scoppiano perché ogni parte del mondo vuole imporre il proprio credo sull'altro. Qualunque esso sia.

Ma basterebbe una tempesta di sabbia a far ricordare a tutti chi o cosa comanda.

Un provervio Tuareg dice: "Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l'uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima”. 

Il giorno in cui finirà il petrolio (e finirà), forse il deserto tornerà a essere il deserto, un luogo che racchiude i segereti più reconditi dell'uomo e di Dio stesso. Il luogo dove risiede la saggezza del Nulla, la patria della Nube della non conoscenza. Dove sopravvive chi sa adattarsi. Dove essere malleabili non è un difetto. Dove il silenzio non induce timore ma possibilità di pace e speranza, purché s'intraprenda la via del distacco.

Fino a quel giorno, resteremo con il fiato sospeso, cominciando a capire quanto sia necessario imparare a "fare deserto". In un mondo che scuote e mette alla prova anche gli animi più impavidi e i cuori più cinici, è ora di trovare un posto sicuro almeno dentro sé stessi. 

Non c'è più tempo.


Non guardiamo Sanremo perché abbiamo altri problemi

Quest’anno Sanremo è un flop.

In passato lo seguivo con gli amici dall’inizio alla fine, come molti di voi.

E la finale la guarderò comunque in compagnia, ma giusto per fare una cena e due chiacchiere.

È che è cambiato qualcosa. La sensazione è nell’aria, la si sente ovunque, soprattutto qui a Milano.

È come se non si riuscisse più a fingere che vada tutto bene.

Come cittadini, siamo tutti al limite, chi per motivi economici, sentimentali, familiari.

Quello che si percepisce è un malessere diffuso, che invece di unire, allontana ancora di più.

Siamo soli nella nostra disperazione, in attesa di un cambio di rotta, di una svolta improvvisa, che succeda qualcosa, qualunque cosa.

E no, non si riesce a prestare attenzione a un carrozzone che quest’anno è imbarazzante e di una noia mortale, ben più del solito.

Un circo impettito, serioso e totalmente inutile, dove non c’è una canzone decente che sia una.

E se invece facessimo venire giù tutto?

E se iniziassimo a mollare e a dire la verità, e cioè che si arriva a quarant’anni già stanchi e che non è normale lavorare fino a settanta per una pensione che tanto non arriverà mai; che non bisognerebbe andare contro il proprio corpo, contro natura; che non è normale avere trent’anni anni e avere cento euro in banca; che questa storia di dover realizzare i propri sogni è diventata stremante ed è una grande utopia.

Se capissimo che non possiamo più perdere tempo dietro al caso mediatico del momento, figuriamoci Sanremo, perché i problemi sono ben altri e che non siamo più nei ruggenti anni ‘80; perché qui sta venendo giù il mondo ma sembriamo non volerlo vedere.

Ci vuole un’altra pandemia? Una guerra vera?

Cosa dobbiamo aspettare per reagire e capire che le cose non possono più continuare così?

A quando la fuga tra le montagne per iniziare una vita vera che volevano farci credere fosse una vita da perdenti?

Entro breve la maggior parte dei lavori li svolgerà l’AI. I neolaureati non trovano lavoro perché sostituiti dall’AI, nessuno ha più i soldi nemmeno per uscire a cena una volta alla settimana, figuriamoci per comprare una casa.

I giovani non pensano al futuro perché tanto sanno che un futuro, per loro, non c’è mai stato e nessuno ci ha mai pensato o ha intenzione di pensarci.

Si salva chi fa da sé e pensa per sé.

Ma sì, continuiamo pure a credere che sia importante Sanremo e che interessi a qualcuno.

Perché Sanremo è Sanremo.


Yogi o commissari: chi salverà il mondo?

I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci pone Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il Commissario”, un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi introvabile.

Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto, subì tutto e capì molto, se non tutto. È il destino di chi sa guardare e ascoltare, e che, non a caso, a volte sceglie di farla finita prima degli altri. Koesler si è suicidato nel 1983. Era malato. Non avrebbe potuto sopportare di non camminare, non scrivere, non scopare, non bere più. Sua moglie Cynthia si uccise qualche ora dopo. La ritrovarono lì, al suo fianco.

Koestler fu un uomo amato e odiato dalle donne, odiato a destra e a sinistra. Anticomunista tanto quanto antifascista. Perché lui, i totalitarismi, li visse entrambi sulla sua pelle. Già, la politica, la nuova vera religione intollerante. È lei che ha sostituito la fede. Doveva essere una buona idea, qualcosa che liberasse dall’ottusità della devozione, ma è andato tutto storto. I ricchi hanno vinto e sono diventati i nuovi dei e, proprio come i santi, per la maggior parte si ritirano in mezzo alla natura, nel silenzio, lontano da tutti, magari pure coltivando l’orto. Basti pensare alle star di Hollywood, che fanno film solo per raccogliere un altro po’ di soldi, per poi sparire in campagna e proteggere la propria privacy.

Il benessere avrebbe dovuto portare a questo: non vivere più in condizioni precarie e farsi bastare meno cose. Un tetto, il riscaldamento, la luce, il bagno in casa, tutto ciò che fino agli inizi del Novecento era un lusso. E invece ci hanno illuso di aver bisogno di oggetti, vestiti, macchine, telefonini, borse, occhiali, cose che costano migliaia di euro e che pure gli amati attori di Hollywood usano solo nelle occasioni speciali, mentre nella vita quotidiana indossano jeans e maglietta.

Il vero lusso, oggi, è avere tempo, dedicarsi a qualcosa che si ama, svegliarsi la mattina e avere tempo per meditare anziché correre a fare un lavoro che permetterà di sopravvivere.

L’altro giorno ho chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni riguardo a una casa in montagna. L’agente mi ha detto: “Ma cosa sta succedendo a Milano? Tutti vogliono venire a vivere in campagna o in montagna, intorno ai laghi. Una volta eravamo noi quelli che invidiavano chi viveva a Milano, oggi siete voi che invidiate noi. State tutti scappando, ho appuntamenti tutti i giorni”.

Cosa sta accadendo? Una sorta d’illuminazione collettiva?

Koestler ha immaginato il mondo come in preda a una diatriba tra gli Yogi e i Commissari:

“Il Commissario crede al mutamento dall’Esterno. Egli crede che tutti i malanni dell’umanità – costipazione e complesso edipico compresi – possono essere e saranno guariti dalla Rivoluzione, cioè da una radicale riorganizzazione del sistema di produzione e di distribuzione dei beni; crede che questo fine giustifichi l’uso di tutti i mezzi: violenza, inganno, tradimento inclusi; crede che l’argomentazione logica sia un’infallibile bussola e l’universo una sorta di enorme orologio, nel quale miriadi di elettroni, una volta messi in movimento, si aggirino per sempre nelle loro prevedibili orbite: e chiunque sia convinto del contrario è qualcuno che cerca di sfuggire alla realtà”.

Lo Yoghi, invece:

Non ha nessuna difficoltà a chiamare orologio l’universo, ma pensa che potrebbe venir chiamato, con altrettanta verosimiglianza, scatola musicale o vivaio di pesci. Crede che il fine non possa essere prevedibile e che contino soltanto i mezzi, respinge in qualsiasi circostanza l’idea di violenza, crede che l’argomentazione logica perda gradualmente il suo valore di bussola, a mano a mano che la mente si accosta al polo magnetico della Verità o dell’Assoluto, la sola cosa che conta. Egli crede che niente possa essere migliorato da un’organizzazione esterna, ma solo da uno sforzo individuale interiore, e che chiunque la pensi diversamente sia qualcuno che voglia sfuggire alla realtà”.

Pensa anche che l’individuo sia unito all’universo da un invisibile cordone ombelicale, e che le sue forze creative, la bontà, la verità e l’utilità siano alimentate tramite questo cordone: l’unico suo compito, durante la vita terrena, è quello di evitare qualsiasi azione, impressione o pensiero che possano causare la rottura del cordone. Di contro, per il Commissario questo organo è totalmente superfluo.

Ci sono due visioni del mondo, chi pensa che il mutamento possa avvenire dall’interno, e chi dall’esterno.

Anche quando ci si occupa di politica ci si dimentica dell’importanza della relazione Uomo-Universo. Koestler ritiene che questa nostra civiltà non stia morendo, ma che stia solo dormendo. Bisogna solo giungere alla conclusione che il vero avversario non è l’intellettuale, ma il ricco.

Koestler parlava già di decadenza del Terzo Stato:

“Noi facciamo la guerra, andiamo in chiesa, onoriamo il re, seguiamo diete assassine, ci conformiamo ai tabù sessuali, trasformiamo i nostri figli in nevrotici e i nostri matrimoni in tormenti, opprimiamo e ci facciamo opprimere – mentre nei testi di psicologia, nei romanzi e nei musei è condensata una conoscenza oggettiva di un modo di vivere che potremmo forse mettere in pratica tra decine o centinaia di anni. Nella vita di ogni giorno ci comportiamo come creature datate, come caricature anacronistiche di noi stessi. La distanza fra la biblioteca e la stanza da letto è astronomica. Tuttavia, l’insieme della conoscenza teoretica e del libero pensiero è lì, e aspetta soltanto di essere raccolto – come i giacobini raccolsero gli Enciclopedisti”.

Mancano gli agenti di collegamento tra il modo in cui viviamo e il modo in cui potremmo vivere, ma chi è comodamente installato nella gerarchia sociale, non sente nessuna spinta verso la libertà di pensiero. D’altronde, perché dovrebbe averla:

“Non ha nessuna ragione di distruggere i valori che ha accettato, e nessun desiderio di costruirne di nuovi. La sete di conoscenza è appannaggio principale delle situazioni in cui l’ignoto è fonte di preoccupazione. Chi è felice, raramente è curioso. D’altra parte, la grande maggioranza degli oppressi, dei perdenti, manca di opportunità o di obiettività – o di entrambe – necessarie a esercitare il libero pensiero”.

Koestler ci spiega che c’è una sostanziale differenza tra la classe media e l’intellighenzia, perché la sensibilità e la voglia di conoscere, di cercare e di brancolare nell’ignoto, sono attitudini che presuppongono una certa dose di frustrazione: una specie di moderata infelicità, un armonico squilibrio. C’è un abisso tra lo strato superiore che accetta i valori tradizionali e non prova frustrazione e lo strato inferiore che ne prova fin troppa, al punto da essere paralizzato o di scaricarla in crisi convulsive:

“Per chi è soddisfatto, pensare è un lusso; per chi è frustrato, una necessità. Fintanto che esisterà l’abisso fra riflessione e tradizione, tra intuizioni teoriche e pratica concreta, il pensiero sarà necessariamente orientato dai due poli della distruzione e dell’Utopia”.

Come scrive Koestler, nei prossimi anni non si tratterà più di scegliere tra capitalismo e rivoluzione, ma di salvare qualche valore democratico e umanitario, o di perderli tutti; per evitare che questo avvenga, bisogna aggrapparsi più che mai al libero pensiero. Proprio quello che diceva anche Max Stirner ne L’unico e la sua proprietà, dove il nemico mortale dello Stato era considerato proprio il volere dell’individuo, la valorizzazione di sé stessi. Cosa rimane se nulla è di nostra proprietà? Non rimane nient’altro che ciò che è in mio potere:

“I miei pensieri, che non hanno bisogno di sanzione, bene placito o grazia alcuna, costituiscono la mia vera proprietà, una proprietà di cui posso far commercio. In quanto miei, infatti, e se sono mie creature io posso scambiarli con altri pensieri: io li do via in cambio di altri, che diventano così la nuova proprietà che io mi sono acquistato”. 

Koestler parlava già di un’Europa unificata, affratellata e socialista, ma era già ben consapevole di come chi la pensasse in questo modo cominciasse a sembrare un po’ stupido. Sapeva già che la fine della guerra avrebbe portato a una vittoria dei conservatori che non avrebbe risolto nessun problema delle minoranze, né trovato un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico. La fine della Seconda guerra mondiale portò un enorme sollievo temporaneo, assicurò un minimo di libertà, e la salvezza di milioni di persone, sicurezza e dignità:

“Spero, credo, che questo sia un anacronistico rattoppo, se sarà fatto a regola d’arte, lascerà respirare l’Europa almeno per una ventina d’anni, dandole la possibilità di evitare il prossimo, fatale salto nel vuoto. In altre parole, cominciamo a renderci conto che questa guerra non è il cataclisma finale, né il combattimento ultimo fra le forze delle tenebre e quelle della luce, ma forse soltanto il principio di una nuova serie di compulsioni che si svilupperanno su un periodo di storia più lungo di quanto non avessimo pensato in origine, fino alla nascita di un mondo nuovo. Il nostro compito sarà quello di usare questo periodo di respiro nel miglior modo possibile. E, incidentalmente, di ringraziare ogni mattina che ci svegliamo senza una sentinella della Gestapo sotto la finestra”.

La verità è che ci stiamo abituando a vivere in una sorta di Apocalisse perenne. Koestler ha detto che la disfatta, a dosi massicce, è una droga pericolosa che crea dipendenza. E noi stiamo vivendo in un periodo di caos con conseguente crollo dei valori tradizionali di una civiltà in attesa della fine dell’interregno. Nascerà un nuovo fermento globale, non un nuovo partito, forse una setta, “un irresistibile stato d’animo mondiale”. E tutto ciò segnerà la fine di questa epoca storica.

Koestler scriveva che forse potrebbero esserci ancora uno o due guerre mondiali, ma non una dozzina, e che il mondo nuovo non sarà quello di Huxley:

“Hitler ha il merito storico di averci immunizzati contro le utopie totalitarie, come una dose di vaccino anti-colerico rende immuni dal colera. Non voglio dire che non ci saranno tentativi simili in altre parti del mondo durante gli anni di interregno, ma saranno episodi isolati, sintomi dell’agonia dell’era che muore”. 

Questo nuovo mondo porterà anche a ristabilire un equilibrio tra valori razionali e valori spirituali. Ma prima, questo interregno “sarà un’epoca di angoscia e di stridore di denti”, dove i pessimisti si dovranno dedicare all’azione. Questo nuovo movimento non nascerà da una certa classe operaia o dai liberi professionisti, ma “arriverà certamente dalle file dei poveri, di coloro che più hanno sofferto nell’attesa. Il loro scopo principale sarà quello di creare delle oasi nel deserto dell’interregno”.

D’altronde, di cosa si parla in giro? Di cosa parla il Quarto Stato? Non parla di Gaza e della Palestina, non parla nemmeno delle ciclabili. Di cosa si parla in giro? Di cosa parlano i quarantenni e i trentenni di oggi? Gli amici operai che ho rivisto quest’estate nelle Marche, non i fighetti milanesi, ma il cuore della (ormai ex) sinistra dell’Italia centrale, non i populisti. No, non parlano di fascismo, parlano del fatto che noi, la pensione, non la vedremo mai. Parlano del fatto che se ci ammaliamo e non possiamo andare a lavorare, non mangiamo. Parlano del fatto che gli stipendi sono ridicoli, che i figli hanno professori che non fanno più un tubo perché hanno (di nuovo) stipendi ridicoli e perché a ogni nota o richiamo si ritrovano gli avvocati pronti a fargli il culo. Parlano del fatto che la direttiva “case green” dell’Europa metterà in ginocchio tutti, ma proprio tutti. Parlano del fatto che di noi, gente senza figli anche per scelta, non si occuperà nessuno, che saremo soli, senza soldi, senza casa e senza pensione e magari pure con un’aspettativa di vita di cento anni (speriamo di no!). Parlano del fatto che magari la erediterai pure la casa della nonna o del papino, ma poi, come mangi? Parlano del fatto che i borghi sono vuoti, che non esce più nessuno, che i ragazzi stanno chiusi in casa a giocare ai videogiochi o a stare sui social. Parlano del fatto che per le donne è sempre più difficile trovare un uomo, perché non c’è più in giro nessuno, perché son tutti divorziati o scoppiati, perché si cerca solo il sesso, perché stanno tutti sulle App, e chi c’ha voglia di usare le App, a quarant’anni, dai. Parlano del fatto che se fai un figlio (uno, per carità!) ti chiudi in casa e basta, perché tanto non c’hai soldi, perché ti passa la voglia di fare tutto, perché sei stanco. Parlano del fatto che quasi quasi se muori è pure meglio, basta che sia fulminante, sia mai che poi c’è da pagare il mutuo per chissà quanto altro tempo. Parlano del fatto che se sei single e ti devi pagare l’affitto da solo, è meglio che muori, come sopra.

Sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra la passionalità e la spiritualità, perché anche la politica non diventi più cieca della fede. Koestler ci racconta che in passato i movimenti rivoluzionari avevano sempre avuto una base religiosa o quantomeno legami con essa. Fu durante la Rivoluzione francese che cambiò tutto; fu lei a porre un attacco frontale non solo contro il clero ma contro Dio, ma gli ideali e i principi possono colmare il vuoto solo per un breve periodo.

Il socialismo di Marx nacque proprio sulle basi di questa illusione: che la totale razionalità potesse sostituire l’oppio dei popoli, la religione:

“Così, mentre nella sfera materiale gli effetti cumulativi dei tentativi della sinistra portarono a un lento e costante miglioramento delle condizioni sociali, gli effetti cumulativi nella sfera psicologica furono frustrazione di deduzione crescenti. Nulla rimpiazzava la fede totale perduta, il credere in una realtà superiore, in un sistema fisso di valori etici. Il progresso è un mito superficiale, perché le sue radici non sono nel passato, ma nel futuro. La sinistra perdeva sempre di più le proprie radici emotive. La linfa vitale si inaridiva. […] Siamo stati amputati della fede nella sopravvivenza individuale, nell’immortalità di un Io che amiamo e odiamo più profondamente di ogni altra cosa, e la ferita di questa amputazione non si è mai cicatrizzata. Essere ucciso sulle barricate o morire martire della scienza ci dà un certo compenso; ma l’uomo travolto dal tram o il bambino annegato? L’uomo medioevale aveva una risposta a questa domanda. Quello che appare come un accidente fa parte di un disegno superiore. Il destino non è cieco; tempeste, eruzioni, alluvioni e pestilenze, tutto obbedisce a un piano misterioso; lassù ci si occupa di voi. Cannibali, eschimesi, e cristiani: tutti hanno una risposta a questa domanda tra le domande che, seppur repressa, derisa, nascosta con imbarazzo, rimane ancora, in fin dei conti, la regola ultima e decisiva delle nostre azioni”. 

Quello che sembra rispondere la sinistra riguardo a un uomo investito da un tram? “In un sistema dei trasporti perfettamente socialista, non ci saranno incidenti”.

Ed ecco la politica diventare settaria, chiudersi in piccoli circoli, dove l’importante è mantenere ben salda la propria opinione, anche se sbagliata. Una resa incondizionata delle facoltà critiche, sintomo della perdita totale del ragionamento. L’importante è non avere dubbi, perché creano nevrosi:

In queste circostanze, quasi tutte le discussioni pubbliche o private con i drogati del mito sono votate al fallimento”. 

Il dibattito è rimosso, l’obiettività sotterrata, gli argomenti accettati solo se si adattano al sistema. Perché l’esperienza della libertà richiede troppo sforzo e attenzione, una presa e un uso di coscienza. Come scriveva anche Max Stirner ne L’unico:

Un partito, di qualunque natura esso sia, non può non pretendere una professione di fede. Il principio del partito, infatti, deve essere creduto da parte dei suoi membri, che non devono porlo in dubbio o metterlo in questione: esso deve valere per loro come cosa certa e indubitabile. Questo significa che bisogna darsi a un partito anima e corpo, se no non si è veramente uomini di partito, ma invece più o meno egoisti”.

Non ci si auspica un ritorno a un Cristianesimo cieco come quello delle Crociate, che infatti cristianesimo non era, ma di tornare a comprendere che solo il mistero è la Spiegazione di tutte le cose, una Spiegazione, come ricordano i mistici, che non può essere formulata e capita in questo nostro piano umano. Illudersi che possa farlo la politica è il danno più grande che si possa fare all’umanità. Dio non è un Dio matematico ma al massimo è un Dio mistico.

Prima di Cristo, gli schiavi non erano solo schiavi, i poveri solo poveri e le puttane solo puttane? Non è stato Cristo, se ci pensiamo, ad aver inventato l’amore? Dopo di lui, tutti hanno potuto essere uguali, per la prima volta, e avere gli stessi diritti e lo stesso valore, qualcosa d’inconcepibile e inaccettabile.

C’è un libro che ho amato molto di Steven Pinker, Il declino della violenza, un saggio che passa in rassegna i secoli della nostra storia, il racconto di come era lecito uccidere, torturare violentare, fare qualunque cosa andasse contro il diritto e la dignità umana. Pinker dà il merito di questo alla scienza, alla scolarizzazione, alla cultura, all’agglomerato urbano che divenne il fulcro della civiltà, ma si dimentica il messaggio di Cristo. Tutti tendiamo a confondere la chiesa con il cristianesimo, i cattolici con i cristiani. I danni fatti dai cattolici nessuno li ha perdonati e probabilmente non li perdonerà mai. A causa di questo, però, si è perso e dimenticato il messaggio dei Vangeli: l’amore. Qualcosa che prima non esisteva.

Cristo insegnava ad amare anche il proprio nemico. Questo messaggio d’amore non può essere sostituito da nessun dogma politico, nemmeno i dogmi religiosi, che nulla c’entrano con il cristianesimo. La politica propone un amore all’acqua di rose, non un amore travolgente, di quelli che ti porta a lasciare tutto in nome di quell’amore. Nemmeno il buddhismo si avvicina al concetto di amore, perché la vita non è considerata gioia ma sofferenza, qualcosa di cui liberarsi, non di cui godere nel rispetto di tutti. A un certo punto il buddhismo Mahāyāna si presentò come una sorta di Vangelo, a differenza del buddhismo Theravāda, che rimase più “biblico”, nel senso di rigoroso ed “egoistico”. Ma, al posto dell’amore, il Mahāyāna inserì la compassione, qualcosa di diverso e di lontano dall’empatia, e, soprattutto, distante anni luce dal concetto di amore.

La Spiegazione, come la chiama Koestler, oggi ha perso il suo carattere rassicurante, si cerca solo di trasformare lo sconosciuto in conosciuto e l’estraneo in familiare, eppure, la stessa fisica non è di questo mondo, non può essere spiegata e capita totalmente con le forme che conosciamo della fisica classica, perché essa “esiste a un livello differente di organizzazione, i cui rapporti e le cui relazioni non possono ridursi, né essere previsti sul piano del macrocosmo”.

Quindi, arrivare a una Spiegazione completa del mondo non è possibile col metodo della misurazione quantitativa, così come non funzionano le spiegazioni teologiche del passato:

“In altre parole, la libertà del tutto è il destino della parte; il solo modo per comprendere il destino è quello di comprendere che si è parte di un tutto. È precisamente ciò che dice il mistico. Questo non significa che il misticismo abbia vinto sulla scienza, ma soltanto riconoscere i limiti della scienza all’interno dei suoi propri termini di riferimento”.

Ridurre tutto soltanto a un’ossessione verso i valori etici, rischia di farci crollare nel nichilismo. La soluzione è applicare i valori della contemplazione passiva all’azione pratica. Una sintesi tra il santo e il rivoluzionario. Una contemplazione che liberi dagli ostacoli dei condizionamenti, che non si riduca in quietismo ma nemmeno in entusiasmo fanatico.

Koestler riconobbe i limiti della scienza, che dovrà lasciare spazio all’altra via di conoscenza. Il metodo quantitativo ha già raggiunto lo stato di saturazione, l’unica via ancora percorribile è quella dell’approccio verticale:

“Raggiungere l’una senza perdere l’altra è forse il compito più difficile e necessario che la nostra specie abbia mai affrontato. Ma le pie esortazioni non bastano. Per ritrovare la metà perduta della nostra personalità, la totalità e la santità dell’uomo, bisogna apprendere l’arte e la scienza della meditazione; ma per apprenderla bisogna che ci sia chi l’insegni”. 

Queste le parole profetiche di Koestler, che sembra aver previsto l’arrivo e la diffusione virale della pratica della meditazione in Occidente in questi tempi moderni:

“Ma non si può lasciare questo compito alla ciarlataneria dello Yogi da giornali, e neppure a filosofi illuminati che dispensano un minimo di informazioni sulla tecnica del respiro, con un massimo di enfasi oscurantista. […] La contemplazione sopravvive soltanto in Oriente e all’Oriente dobbiamo rivolgerci per impararla; ma abbiamo bisogno di interpreti qualificati e soprattutto di una reinterpretazione che usi il linguaggio e i simboli del pensiero occidentale. Le sole traduzioni sono inutili. Salvo per chi possa dedicarvi tutta la propria vita, e per gli snob. I Veda mi annoiano a morte e il Tao per me non ha alcun senso”. 

Addirittura, Koestler si augura che si possa cominciare a insegnare la meditazione nelle scuole, cosa che sta realmente avvenendo grazie alla mindfulness:

“Non per produrre degli eccentrici, ma per restituire all’uomo la sua integrità. E abbiamo tutte le ragioni di desiderarlo seriamente. La crisi della Spiegazione ha trovato la sua più violenta espressione nella crisi dell’etica nella sua proiezione politica”. 

La salvezza della civiltà europea per via (forse) di un’altra guerra totale, dipende proprio da questa sintesi tra il santo e il rivoluzionario:

“Non c’è bisogno di un grande acume per rendersene conto, e soltanto l’inerzia della nostra immaginazione ci impedisce di crederci – così come in tempo di pace non crediamo che possa mai scoppiare una guerra, e durante la guerra non crediamo che ci sarà di nuovo la pace. Dietro la voce di Cassandra della ragione, c’è in noi un’altra voce soddisfatta e sorridente, che ci sussurra all’orecchio la dolce bugia che non moriremo mai, e che domani sarà come ieri. È tempo di imparare a non credere più a questa voce”.

 

Articolo scritto per Pangea.news


Non aspettare di viaggiare

Hai in mente quello stato di estrema attenzione che ti avvolge quando arrivi in un luogo che non hai mai visitato prima?

Quel momento in cui scendi dall’aereo, esci dall’aeroporto, e ogni tuo senso è invaso da quell’aria e da quei colori mai visti prima?

Ecco non aspettare soltanto di viaggiare per vivere e provare quel tipo di sensazioni.

L’ho fatto anch’io per troppo tempo.

Solo viaggiare sembrava dare un senso alla mia vita.

Ma ogni momento è degno di attenzione.

Anche quel momento di noia vissuto durante le feste.

Quel momento di tristezza o di delusione.

Quel piccolo sorriso scaturito per un’inezia.

E sai perché?

Perché ogni momento sarà il primo e l’ultimo, e non ce ne sarà mai uno uguale al precedente.

Tutto ciò che viviamo è inedito.

Ogni respiro. Ogni sguardo. Ogni carezza.

Quindi non aspettare di essere altrove per esserci e per vivere.

Sii presente sempre.


Non minimizzare il tuo dolore

La fiducia è tutto. D'altronde, ogni rapporto si basa sulla fiducia. Due adulti si devono amare e stimare e rispettare. Avere cura l'uno dell'altra. Ma c'è chi è stato ferito proprio dalla persona amata, e queste ferite rimarranno per sempre.

Bisogna avere fiducia anche in sé stessi, senza avere paura di mostrarsi, di tirar fuori la propria natura, di esprimersi pienamente, senza giudizio e vergogna.

Ma te lo dico con il cuore: non avere troppa paura. Non dico di non averne più, sarebbe troppo, ma non farti mangiare dal terrore di ciò che dovrai fare e di ciò che accadrà. Credi in te e nel fatto che puoi gestire tutto. È solo un altro grande salto, l'ennesimo, ma hai imparato a saltare, anche se a volte sei caduto o certi salti non sono venuti benissimo.

Solo il vento forte ferma il rumore delle cicale, anche quando le lacrime scendono fino a bagnare il petto. Sai stare in mezzo alla natura, in città, nella solitudine, sai viaggiare, sai vivere, e imparerai anche ad amare, lo stai già facendo, e questo perché hai imparato ad amare te stesso.

L'importante è non tradire e non tradirsi. Non si può amare se non ci si dona completamente, non si può vivere a metà. O tutto o niente. O la passione o una forma di apatia che uccide lentamente. E hai provato entrambe, e hai scelto. Non avere paura di vivere pienamente ciò che stai vivendo e non farti prendere dalle ossessioni.

Attraversa ogni cosa, non perdere la ragione e la tua salute. Anche questo fa l'amore, quello vero. E si sa che può anche ferire, ma si capisce quando c'è qualcosa d'importante da proteggere. Si lotta, fino alla fine. Si fa di tutto.

Non si può più negare quanto sia importante meditare e pregare. Solo facendolo si capisce che si può smettere di cercare di controllare tutto e lasciare andare.

Ed è ovvio che ci sia anche la consapevolezza di poter perdere tutto, ma non si può rinunciare per paura, perché vorrebbe dire non vivere, e questa è la scelta che – purtroppo – fa la maggior parte della gente, per poi pentirsene quando è troppo tardi.

Saprai dove andare anche quando perderai ogni cosa. Forse nulla muore, alla fine. Ma se tutto rimane, allora le scelte che si compiono diventano di una rilevanza inaudita. Tutto conta, anche i piccoli gesti, ogni sguardo e parola, ogni azione e anche ogni non azione.

E allora cosa vuoi fare? Ci saranno momenti di noia e di gioia estrema, di divertimento e di tristezza, di forza e debolezza, di disperazione, fede e speranza.

Ma non inizi ad avere la sensazione che proprio grazie a quello che sei diventato saprai sempre dove andare e come cavartela? E che non sarai più solo, nemmeno quando non ci sarà più nessuno intorno, perché avrai capito di avere già tutto dentro di te?

Non minimizzare mai il tuo dolore. Si può essere preoccupati anche quando non è questione di vita o di morte. Affidati all'amore. Ne vale la pena, ma non quando senti di non poterti permettere di stare male davanti alla persona che ami e che dice di amarti.

Che cosa hai fatto? Pensi mai a cosa hai perso e a cosa hai trovato? A come sarà il tuo futuro? C'è sempre qualcosa che manca. Nessuno ti può dare tutto ciò di cui hai bisogno, devi imparare a vivere di mancanze.

Predisponi la tua ricerca verso il Mistero.

 


Lascia andare ciò che ti è familiare

Qual è la cosa più difficile da fare?

Quella che costa più fatica.

Quella che si cerca di evitare a tutti i costi.

Cambiare.

E perché è così difficile?

Perché non si riesce a lasciar andare ciò che ci è familiare, anche quando si tratta di cattive abitudini o di relazioni tossiche o quant’altro.

L’invito per questo nuovo anno appena iniziato è quello di provare a lasciar andare, aprirsi al cambiamento, a ciò che è nuovo e diverso, anche se fa paura.

Se non si compie questo passo, non migliorerà nulla.

È necessario agire e farsi coraggio, e non aspettare che le cose accadano come per miracolo.

Guarda dentro di te anche se è buio, anche se fa male.

Guarda cosa c’è che non va.

Guarda come resti in una situazione malsana solo perché ti è familiare e la preferisci a ciò che è ignoto.

Guarda come ti crogioli nei tuoi pensieri nefasti, come trovi conforto nella lamentela e come ti piace, come menti a te stesso pur di continuare a reggere la tua narrazione.

È difficile da ammettere.

Temiamo solo ciò che ci è sconosciuto.

Conosci prima di tutto te stesso.

Il resto, sara molto più facile.

E tu ti ritrovi in questa difficoltà di lasciar andare?