Intervista a Dejanira su Pangea per Storia di un uomo vescica: “Di questa realtà non ci capisce niente nessuno…”

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Di: Matteo Fais

Questa idea che le donne debbano sempre e solo esplorare la sfera sentimentale, mi si perdoni, è una colossale stronzata. Ancor di più se il sentimento – che, a quanto pare, sarebbe il loro campo – deve essere trattato in modo del tutto slegato dalla contingenza storica. Ciò risulta vagamente mortificante per il gentil sesso e, in fin dei conti, molto sessista – quasi una forma di autoesclusione.

Un altro problema che caratterizza la narrativa femminile è la spiacevole tendenza a stigmatizzare gli aspetti più controversi dell’animo maschile. Nell’ottica di una retorica femminista, stile Eretica di “Abbatto i muri”, gli uomini sono tutti dei depravati, affetti dalla malsana tendenza a voler mettere sotto, fisicamente e psicologicamente, le donne.

È per questo che, quando mi sono imbattuto incidentalmente in Storia di un uomo vescica di Dejanira Bada ho tirato un sospiro di sollievo. Per una volta una donna che scrive senza buttarla sul femminile a ogni costo ma, anzi, parla dal punto di vista di un uomo senza travisarlo, o assimilarlo alla macchietta di sé stesso.

In questo libro, Maurizio, il protagonista, personaggio che ha ben più di una caratteristica negativa, è invece descritto con empatia. La scrittrice ne comprende intimamente le fragilità mascherate e le racconta con una prosa che di femminile, nel senso di indulgente verso gli orpelli decorativi, non ha proprio niente. Praticamente un miracolo.

Non so se definire Storia di un uomo vescica come un romanzo sociale – diciamo che la tentazione c’è. Non trovi anche tu che si senta una grande mancanza di storie incentrate sulla realtà? Pare che, più questa si fa complessa e articolata, più la massa degli scrittori si adopera in ogni modo per ignorarla…

Non saprei. Pur scrivendo, leggo davvero poco i romanzi di oggi. Trovo più moderno Céline, per esempio, su questo non c’è dubbio. Forse di questa nostra realtà non ci capisce niente nessuno, e quindi è meglio lasciar perdere. Troppo complicata, troppo cinica. Alla fine un lettore cerca anche speranza in un libro e, se gli si sbatte in faccia che non c’è, a questo passa pure quella poca voglia che ha di leggere. Meglio la narrativa che la letteratura e parlare di nazismo pure se hai vent’anni, che fa sempre figo e certa critica ti osanna di certo.

Una donna che parla per conto di un uomo – nella fattispecie, Maurizio, il tuo protagonista. La cosa strana è che, per una volta, ho anche pensato che una scrittrice fosse riuscita a fare qualcosa di più che inanellare stronzate e luoghi comuni sul genere maschile. In due parole ci comprendi, ti cali nei contrasti laceranti del nostro animo, non giudichi i nostri eccessi ma casomai vi scorgi le fragilità da cui dipendono. Come hai fatto a raggiungere questo stato di empatia con l’essere che la maggior parte delle femministe 2.0 vede come il nemico numero uno, l’uomo?

Forse ci sono riuscita proprio perché non reputo l’uomo un nemico. Alcuni sono stronzi, ma le donne, a volte, sono molto peggio! Sanno essere cattive, acide, false, pettegole, e fanno poco squadra. Sono invidiose e troppo prese da sé stesse. Ho sempre avuto molti amici uomini e, a volte, si sono rivelati meglio delle donne. Non appoggio nemmeno roba come le quote rosa e cazzate simili. Che siamo, delle disabili che fanno parte di categorie protette? Quello che sta avvenendo in questo periodo storico rischia di portare le donne a diventare nient’altro che delle “fighe di legno”. Ok la parità, ma non la supremazia femminile, per carità!

Per essere una femmina, non ami i belletti lirici. La tua prosa è asciutta, con una lieve sfumatura di dolcezza che però non dà mai la nausea. È perché ci lavori molto su un testo, o l’assenza di barocchismi ti viene proprio naturale?

Scrivo proprio così. Anzi, spesso nella fase di editing mi succede il contrario: devo sempre aggiungere qualcosa più che togliere. Se una cosa la posso dire in una frase e in modo semplice, perché usare paroloni o mezza pagina di testo? È un attimo cedere all’onanismo.

Il tuo libro è uscito e, praticamente in contemporanea, il tuo prefatore, Andrea Pinketts, è morto. Il Caso, potremmo dire, crea beffardamente il sospetto di un destino sotteso: il tuo maestro ti ha lasciato la sua eredità artistica? Ma, soprattutto, ti senti di poterla raccogliere?

Non raccolgo proprio niente. Sono solo onorata. Pensa che Andrea avrebbe dovuto firmare una collana per una casa editrice, in cui avrebbe voluto inserire anche questo romanzo, ma poi il progetto è fallito perché la responsabile si è rivelata una pazza con cui non si riusciva a lavorare. Andrea avrebbe tanto voluto accompagnarmi in giro a presentarlo, ma la vita sa essere davvero beffarda.

Nella tua storia, appunto così realistica, vi è l’elemento grottesco della metamorfosi kafkiana – una vescica che pian piano si fa largo nel corpo del protagonista. Io interpreto questa come la raffigurazione della malattia psicosomatica che oggi ci attanaglia un po’ tutti. Sbaglio, o sono nel giusto? Questa vita ci fa ammalare?

Sei nel giusto. Ma non credo che sia la vita in sé a farci ammalare. Siamo noi a permetterle di farci questo, e spesso, invece, non dipende da noi ma dalla famiglia, dal contesto in cui veniamo su e viviamo. Per questo, quando si cresce, bisogna scegliere bene le persone di cui circondarsi, le cose che ci rendono felici e tagliare via tutto quello che rischia di farci ammalare. Quando vai in analisi, spesso scopri che non sei tu il matto, quello malato, che magari sei solo più sensibile di altri, e che la soluzione sta semplicemente nel cambiare la tua vita e il tuo modo di vedere le cose, imparando anche a prenderti le tue responsabilità. Troppo facile dare la colpa solo ai genitori e alla società.

Senza voler spoilerare, ma ciò che conduce, pur tra mille criticità, il protagonista alla sua catarsi è ancora l’amore. Dice giustamente Houellebecq, nel suo ultimo romanzo, che questa società è costruita per renderlo impossibile. Maurizio ne è un esempio. Insomma, non ci possiamo salvare da soli?

Forse si può, ma in due è più facile e credo più bello. L’altro giorno Umberto Galimberti è stato insultato sui social perché, in un’intervista a “L’Espresso”, ha osato dichiarare che questa società tende sempre di più all’egoismo, al vivere da soli per non affrontare la responsabilità dell’altro. Per me l’impossibilità dell’amore deriva dalla paura, una paura che è tutta nostra. La vita a due include l’impegno, il sacrificio, tanti lati positivi ma anche negativi. Quindi molti considerano più allettante l’idea di starsene da soli e gestire un gatto. Come scrive Denis de Rougemont nel suo L’amore e l’Occidente, il matrimonio consiste nell’accettazione incondizionata dell’altro. L’amore è soprattutto quotidianità, è questo che non si riesce ad accettare. E ciò dipende – questo sì – della società che ci ha abituato a pensare che l’amore debba essere solo passionale, follia e morte, altrimenti non è amore. E, poi, a volte non si inizia una relazione solo per paura che possa finire. Magari ne finiranno sei, una durerà vent’anni e un’altra per sempre, ma è l’attaccamento il problema. Siamo troppo attaccati alla vita e, di conseguenza, all’amore. L’idea che una storia possa finire è inconcepibile come il fatto che esista la morte, che infatti è diventata un tabù assoluto.

Scegli uno scrittore italiano attuale da salvare e buttane un altro giù dalla torre.

Mi vergogno un po’ a dirlo, ma è da più di un anno che leggo quasi solo saggi. Quei pochi romanzi che ho letto erano di gente morta. Ho una lista di “libri da leggere prima di morire” che aumenta sempre di più. Mi sa che gli “attuali” che leggerò saranno quelli del 2060, sempre se ci arrivo!

 

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