Il filo conduttore dei miei romanzi

 In IL SETACCIO

Scrivo spesso della morte nei miei romanzi, ma tanta morte vuol dire tanta vita. Può sembrare un controsenso, ma solo per chi crede che la morte non dovrebbe far parte della vita, per chi la ritiene una cosa sbagliata, qualcosa che non dovrebbe esistere: un’ingiustizia.

C’è un passaggio molto bello nel Mahābhārata, dove Yudhisthira, uno dei protagonisti, alla domanda di cosa fosse la cosa più stupefacente al mondo rispose:

 

“Giorno dopo giorno, ora dopo ora, gli uomini muoiono e i loro cadaveri sono portati via. I vivi osservano, eppure non pensano che un giorno o l’altro anch’essi moriranno. Credono invece di vivere per sempre. È questa la cosa più stupefacente al mondo.”

 

La morte è un’ossessione che mi porta sempre all’amore per l’esistenza. C’è sempre rinascita nei miei romanzi. Possono sembrare molto diversi tra loro, ma in realtà hanno questo filo conduttore.

Credo che in un’epoca come la nostra, dove la morte è diventata un tabù, sia giusto ricordare a tutti che moriremo, che la morte esiste e che non le si può sfuggire, come insegna la leggenda di Samarcanda.

Dalla parabola della 53ª sukkah del Talmud Babilonese che racconta di come un giorno Re Salomone si accorse che l’Angelo della Morte era triste:

 

«Perché sei così triste?» gli chiese.

«Perché mi hanno ordinato di prendere quei due Etiopi», risponde l’Angelo della Morte, riferendosi a Elihoreph ed Ahyah, i due scribi etiopi di Salomone.

Il Re volle salvare i suoi preziosi uomini e li fece scappare fino alla città di Luz, ma appena giunti qui i due scribi morirono. Il giorno seguente Salomone incontrò di nuovo l’Angelo della Morte e vide che sorrideva.

«Perché sei così felice?» gli chiese, e la Morte gli rispose:

«Hai mandato i due etiopi proprio nel posto in cui li aspettavo».

«I piedi di un uomo sono responsabili per lui: essi lo portano nel luogo dove egli è atteso.»

 

Da “Se il sole muore” di Oriana Fallaci:

 

Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. «Domani», gli dice «ti vengo a prendere…» Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. «Non è giusto», grida il servo «non è leale». «Perché?» risponde la Morte. «Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda».

 

È necessario prendere coscienza con sincera consapevolezza che si morirà, e quindi sì, mi piace sbattere in faccia la morte al lettore, è un favore che gli faccio, perché non si può vivere bene pensando di essere immortali.

 

Da La montagna incantata di Thomas Mann

“[…] Fin tanto che ci siamo la morte non c’è, e quando c’è la morte, non ci siamo noi; che pertanto tra noi e la morte non esiste nessun rapporto reale, ed essa è una cosa che non ci riguarda proprio niente, e semmai riguarda un po’ il mondo e la natura… e perciò tutti gli essere la aspettano con grande calma, indifferenza, mancanza di responsabilità e innocenza egoistica. […]

 

“Conosco la morte, sono un suo vecchio funzionario, mi creda, la si sopravvaluta. Le posso dire che non conta quasi nulla: i tormenti eventuali che precedono non si possono onestamente attribuire alla morte, sono guai arcivivi e possono condurre alla guarigione e alla vita. Ma nessuno, quando ritornasse, potrebbe dire nulla di serio intorno alla morte, perché non se ne fa l’esperienza. Noi veniamo dalla tenebra e andiamo nella tenebra, frammezzo ci sono le esperienze vissute, ma il principio e la fine, la nascita e la morte non sono nostre esperienze, non hanno un carattere soggettivo, sono fatti che avvengono in campo oggettivo: eccome come stanno le cose.” […]

 

 

 

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