La consapevolezza secondo Jean-Jacques Rousseau
Oggi voglio proporvi un piccolo estratto dal mio testo scritto per la collana del Corriere della Sera “Mindfulness. Teoria e pratica”.
Ho trattato il tema de I legami con la filosofia.
Ho citato un filosofo in particolare che a un certo punto della sua vita ha fatto della consapevolezza il suo cammino: Jean-Jacques Rousseau.
“Nel 1762, il filosofo Jean-Jacques Rousseau venne esiliato. I suoi testi Emilio o dell’educazione e Il contratto sociale furono considerati eretici, offensivi, blasfemi, puri attacchi alla religione e alla monarchia e vennero banditi da Parigi e Ginevra.
Rousseau visse da errabondo per anni, cambiando spesso città o Paese, Ginevra aveva emesso un mandato di arresto. Dovette nascondersi, lontano dagli uomini e dal dileggio. Passò dagli onori e dalla fama alla derisione e allo sberleffo. Ma fu proprio durante questi anni che scrisse un libro di estrema sensibilità e profondità: Le passeggiate del sognatore solitario, un invito alla contemplazione e alla consapevolezza, tra meditazioni, trasognamenti e puri momenti di estasi. In alcuni passaggi, in particolare, Rousseau sembra un vero maestro di meditazione. Parla di come gli sia divenuta chiara la necessità di ambire a una vita semplice e ricca di grazia:
«Tutto sulla Terra è in un flusso continuo. Niente vi mantiene una forma immota e costante».
Rousseau scrive di come il passato sia qualcosa che non vi è più e di come l’avvenire potrebbe non essere affatto; nulla è davvero solido e stabile. Non c’è nulla su cui il cuore può attaccarsi. La stessa concezione della felicità non può essere durevole. I piaceri sono transitori. La felicità non sembra essere fatta per uomini che cambiano continuamente, smettono di amare ciò che amavano, i cui progetti di felicità a volte diventano chimere. Bisognerebbe imparare ad approfittare dei momenti di contentezza ma senza l’intenzione di incatenarli.
È possibile riposare e ritemprarsi solo nel fugace momento presente. Un luogo dove il tempo cessa di esistere e dove non figura nessun sentimento di privazione o godimento, di dolore o piacere, di desiderio o di timore. Solo una persona in grado di dimorare nel momento presente può definirsi felice di una felicità autentica, non imperfetta, misera o relativa, «che non lascia nell’anima alcun vuoto che senta il bisogno di colmare». Una condizione ideale.
La presenza mentale permette di godere di ciò che non si trova all’esterno ma all’interno, rende possibile la capacità di bastare a sé stessi. La propria esistenza diventa sufficiente, amabile e dolce, dona pace e contentezza. Sono le passioni sensuali e mondane a distrarci dall’unica cosa che è in grado di darci ciò di cui abbiamo veramente bisogno: la grazia del qui e ora.
Rousseau dà dei consigli degni di un monaco: colui che si dispone in questo stato deve evitare l’assoluto riposo e l’agitazione eccessiva, e favorire un moto moderato e costante, senza pause né accelerazioni. Perché se il movimento è eccessivo o discontinuo, questo ci sveglia, e gli oggetti che ci circondano tornano ad attirare la nostra attenzione. È questo che infrange la grazia del trasognamento; è questo a strapparci dalla nostra interiorità e a ricondurci in modo brusco sotto il giogo della fortuna o delle sventure.
Non è consigliabile neanche un silenzio assoluto, che rischia di portare tristezza e offre soltanto un’immagine della morte. È necessaria un’immaginazione gioiosa, che è più facile che si manifesti in coloro che sono capaci di essere gratificati dal cielo. Si può godere di tutto ciò ovunque sia possibile essere tranquilli, perché non occorre molto per ricordarsi di sé e dimenticare i propri mali. La vera libertà dell’uomo consiste nel non fare mai ciò che non vuole, non nel fare ciò che vuole.
Ovviamente la natura e le sue meraviglie possono facilitare l’abbandono all’estasi, se il contemplatore e il meditante hanno un’anima sensibile. Cogliere la grandezza del momento presente vuol dire perdersi nella deliziosa ebrezza dell’immensità dell’universo, dove diventa possibile identificarsi. E allora ecco che le cose singole sfuggono, non si vede e sente più nulla, tranne che il Tutto.
Ma ciò diventa impossibile se la mente è troppo occupata o riempita da altre priorità, se si mette tutta la propria energia a inseguire interessi materiali o profitti. È possibile ritrovare la propria consistenza nella solitudine, ma per coglierla è necessario che il cuore sia placido e la mente lucida e pulita come uno specchio privo di polvere”.
