“Inebriarsi della catastrofe”. L’anima russa & Dostoevskij

 In IL SETACCIO

Il saggio La concezione di Dostoevskij (1923), del filosofo russo Nikolaj Berdjaev, inizia così:

“Ho sempre diviso gli uomini in uomini di Dostoevskij e in uomini estranei al suo spirito. La mia precoce inclinazione ai problemi filosofici era legata ai «problemi maledetti» di Dostoevskij”.

È stato impressionante leggere le parole di Berdjaev e rileggere alcuni passaggi di Dostoevskij a distanza di anni, in questo preciso momento storico. Berdjaev considerava Dostoevskij uno gnostico, un rivelatore di nuovi mondi, un profeta, un antropologo, un immanentista, uno studioso della scienza dello spirito. Leggendo le parole del filosofo, diventa quasi chiaro anche che cosa sta succedendo in Russia oggi.

I russi sono apocalittici e nichilisti per natura, atei, demolitori, scrive Berdjaev, non sono fatti per le vie di mezzo, sono per gli estremi. L’autodistruzione è un tratto endemico:

“Quant’è diversa la costituzione dello spirito russo da quella dello spirito tedesco (i Tedeschi sono mistici o cristici) e da quella dello spirito francese (i Francesi sono dogmatici o scettici). La struttura spirituale russa è la meno adatta a creare una cultura, a percorrere la via storica del popolo. Un popolo con un’anima simile difficilmente può essere felice nella storia”.

Ai ragazzi russi, agli atei, ai socialisti e agli anarchici che si preoccupano dei problemi finali del mondo, di Dio e dell’immortalità, la cultura appare come un ostacolo alla meta finale. Non sono fatti per le regole, le misure, le forme, i principi, l’etica.

“Nell’anima russa vi è un’ansia di autodistruzione, v’è la pericolosa tendenza a inebriarsi della catastrofe. Debole è in essa l’istinto della conservazione spirituale”.

La forma, per i russi, è una gabbia da cui uscire, è un confine da superare con la forza della rivolta apocalittica e nichilista. Dostoevskij stesso scrive nei suoi appunti: “il nichilismo è apparso da noi perché noi siamo tutti nichilisti”. Ed è sempre Dostoevskij ad aver insegnato che è nelle tenebre che risplende la luce, e che bisogna andarci nelle tenebre, farle proprie, sguazzarci come un elefante nel fango, per riuscire a risalire. Berdjaev, però, ricorda come i russi, invece, tendano a rimanerci nelle tenebre, per mancanza di carattere (il loro più grande difetto), per l’incapacità di “difendere la propria personalità dalle devastazioni delle passioni dionisiache”.

I russi sono russi. Non sono europei, non sono occidentali, non sono orientali. Sono russi, sono cresciuti nelle distese senza confini delle pianure. Sono nati con il nulla intorno e nel cuore.

“La struttura di una terra, la geografia di un popolo è sempre e soltanto l’espressione simbolica della struttura dell’anima di tale popolo, è solo una geografia dell’anima. L’esterno è solo e sempre un’espressione dell’interno, è solo un simbolo dello spirito. L’immensità della terra russa, la sua sconfinatezza, la sua elementarità amorfa non sono che l’espressione dell’immensità, della sconfinatezza dell’anima russa, della sua sommissione a un elemento nazionale amorfo”.

Non ci può essere autodisciplina, non c’è una fortezza culturale e religiosa come in Europa. Il russo, scrive Berdjaev, non è attaccato al suolo, si fa portare e sbattere qua e là dai venti impetuosi delle pianure, non ha un istinto di conservazione come noi. Per questo è facile alla consumazione, alla dispersione nello spazio e nel tempo.

“L’anima russa è capace di giungere sino all’ebrezza della rovina. Ben poche cose ha veramente care, a ben poche è veramente attaccata. Non ha tali vincoli con la cultura, non è così forgiata dalla tradizione come l’anima occidentale”.

Dostoevskij vedeva il popolo russo come il vero portatore di Dio; solo il popolo, e cioè i contadini e gli operai, non certo l’intelligentija, la classe colta, gli scrittori, i nobili, i fabbricanti, i mercanti. Il popolo era la vita organica delle Russia, quello stesso popolo per il quale la cultura era falsità, acquistata a un prezzo troppo caro: “La cultura è una colpa di fronte al «popolo», è un allontanarsi dal «popolo» e un dimenticarlo. Questo senso di colpa perseguita l’intelligentija russa durante tutto il XIX secolo e mina l’energia culturale creatrice”.

Per Dostoevskij la Verità era in mano al popolo e non all’intelligentija, che non doveva fare altro che inchinarsi di fronte al mistero di quel popolo messaggero. Berdjaev spiega che l’intelligentija non ha mai cercato di elevarsi, ma di raggiungere gli abissi, perché è laggiù, tra il popolo, che c’erano le risposte. La Russia è stata “salvata” dall’avvento dello spirito materialista grazie alla propria arretratezza.

Se ci pensiamo, tutta la storia dell’Occidente non sembra essere stata altro che una lotta tra Dio e il nichilismo. Oggi, però, sul campo di battaglia sembrano esserci altre due fazioni: l’ateismo-materialista-anarchico-individualista e lo Stato, paladino dei diritti e del popolo. Al posto di Cristo abbiamo messo la democrazia. Ma viviamo in un limbo, perché non sappiamo ancora se sarà la via giusta. La democrazia è ancora un neonato di cui prendersi cura. Fino all’altro ieri ci sono stati solo faraoni, re e monoteismo. Il cantiere democrazia ha in seno i diritti di tutti, ma i paesi democratici sono ancora una minoranza nel mondo, e proprio per questo sono così importanti da difendere. Il modello ateniese ha dormito fino alla rivoluzione francese. E mentre pensavo e scrivevo questo, ecco le parole di Berdjaev e di Dostoevskij tornare premonitrici.

Il cristianesimo rivolse tutta la sua attenzione all’uomo, Dostoevskij dedicò le sue opere alla libertà dell’uomo, alle sue contraddizioni, alla sua dinamicità, ai suoi dolori e psicosi, al suo destino. In Memorie del sottosuolo scrive:

“Non sarà forse, per questo, che l’uomo ama tanto la sua distruzione e il caos, perché lui stesso teme per istinto di raggiungere il fine e terminar l’edificio che sta edificando? […]. E perché voi siete così fermamente, così trionfalmente sicuri che solo ciò che è normale e positivo, in una parola, solo il benessere è proficuo all’uomo? Non s’inganna la ragione su ciò che è vantaggio? Forse l’uomo non ama solo il benessere, forse ama in pari modo il dolore, sino allo spasimo… Sono sicuro che l’uomo non rinuncerà mai al dolore vero, cioè alla distruzione e al caos. Il dolore è la causa unica della coscienza”.

Per Dostoevskij non esiste e non potrà mai esistere il paradiso terrestre, la razionalizzazione della società, il buonsenso e la prosperità al di sopra della libertà. Ciò comporterebbe la soppressione dell’individualità umana. La condizione umana non è statica, non è quieta, non può esserlo nemmeno di fronte a Dio. L’uomo è disposto a tutto per la propria libertà, è disponibile a ogni sofferenza e follia:

“Dostoevskij era convinto che senza libertà del peccato e del male, senza l’esperienza della libertà, l’armonia universale non può essere accettata. Egli insorge contro ogni armonia imposta, cattolica, teocratica o socialista. La libertà dell’uomo non può essere accolta se viene da un ordine forzato, come un suo dono”.

Ma la libertà, in quanto arbitrio, la libertà senza Dio, conduce a un dispotismo che rischia di diventare illimitato: “L’uomo non ha potuto sopportare il peso della libertà dello spirito, e il calvario della libertà l’ha impaurito. Rinuncia alla libertà, l’abbandona, e si rifugia nell’organizzazione forzata della felicità umana. Questa negazione della libertà era cominciata con la sua affermazione limitata, come arbitrio. Ma, se la falsa libertà trascende nel «dispotismo illimitato», nella distruzione assoluta della libertà, anche la falsa eguaglianza deve condurre a una disuguaglianza inaudita, al dominio tirannico di una minoranza privilegiata sopra la maggioranza. Dostoevskij pensa sempre che la democrazia rivoluzionaria, e il socialismo rivoluzionario, ossessionati dall’idea di una uguaglianza assoluta, nel loro ultimo stadio avrebbero portato al dominio di un piccolo gruppo sulla rimanente umanità”.

La vera libertà, per Dostoevskij, sarebbe stata possibile solo in Cristo, intraprendendo la via del Dio-uomo e non dell’uomo-Dio; se deifichiamo gli uomini, quello che ci aspetta è tirannia:

“L’ossessione dell’idea della felicità generale, dell’unificazione generale dell’umanità senza Dio nasconde in sé un pericolo terribile: la rovina dell’uomo, la distruzione della libertà del suo spirito”.

L’arroganza dell’uomo sta nel credere di poter creare un mondo migliore senza il male, senza dolore, tale la logica dell’ateismo in nome dell’amore del bene. Ma si può sfuggire al male solo al prezzo della libertà. Per questa via, si rischia di costruire un mondo sulla sola necessità: “Dio appunto perciò esiste, perché esiste il male, il dolore nel mondo: l’esistenza del male è una prova dell’esistenza di Dio. Se il mondo fosse esclusivamente buono e giusto, allora Dio non sarebbe più necessario, allora il mondo sarebbe dio. Dio esiste perché esiste il male. Ciò significa che Dio esiste, in quanto esiste la libertà”.

Il mondo in armonia sarebbe un mondo senza Dio, un mondo razionale, un’armonia forzata: “Perciò agli uomini dai pensieri e dallo spirito statico riesce difficile comprendere le scoperte sublimi di Dostoevskij sulla libertà. Essi esigono un o un no, quando non si possono dare tali risposte”. Per Dostoevskij il male è insito nella natura umana; l’uomo si eleva solo nella sofferenza:

“Una cosa è fuori di dubbio: il concetto che Dostoevskij ha del male non è canonico. Egli voleva conoscere il male, in ciò era uno gnostico. Il male è il male. La natura del male è interna, metafisica, non esterna, sociale. L’uomo, come essere libero, risponde del male. Il male deve essere messo a nudo nella sua nullità, deve essere distrutto”.

Ma il male può essere anche una via, una via tragica, certo, ma una via che si sceglie, il prezzo della libertà, qualcosa che può arricchire l’uomo ed elevarlo. Il male, anche se non c’è punizione, si paga all’interno, al cospetto della propria interiorità e coscienza. Il male deve portare all’espiazione: “Quando l’uomo intraprende la via della libertà, gli si pone il problema se esistono limiti morali alla sua natura, se egli possa osare tutto. La libertà che trascende in arbitrio non riconosce più nulla di sacro, né ammette alcuna limitazione. Se non c’è Dio, se l’uomo stesso è dio, allora tutto è permesso”.

Ed ecco che allora Dostoevskij fa dire a Stavrogin:

“Il suicidio, quando si perde l’idea dell’immortalità, appare una necessità assoluta e inevitabile per tutti coloro, che appena di un poco si elevino sopra le bestie […]. L’idea dell’immortalità è la vita stessa, la vita vivente, la formula definitiva e la fonte principale di verità e di retta coscienza per l’uomo”.

Se si nega l’immortalità, si nega l’uomo, e se non c’è immortalità, non c’è nemmeno bene e male. Ma è nelle parole di Versilov, personaggio de L’adolescente, che la visione sembra farsi davvero profetica. Se l’idea sublime di Dio scompare e così l’immortalità, ecco che l’unica speranza degli uomini è legarsi l’un l’altro e amarsi l’un l’altro. Forse anche per questo la nostra è l’epoca dell’ambientalismo più estremo e sentito: “Sarebbe scomparsa la sublime idea dell’immortalità ed occorrerebbe sostituirla; e tutto il sublime eccesso dell’amore di un tempo per colui che era Immortalità, si rivolgerebbe in tutti alla natura, al mondo, agli uomini, ad ogni filo d’erba. Gli uomini prenderebbero ad amare la terra e la vita in modo sfrenato, in quella stessa misura in cui gradatamente acquisterebbero coscienza della loro natura passeggera e mortale, e le amerebbero ormai di un amore particolare, non più quello di prima. Incomincerebbero ad osservare e scoprirebbero nella natura tali fenomeni e misteri, quali prima neppure supponevano, giacché considererebbero la natura con occhi diversi, con lo sguardo che ha l’amante per l’amata. Si risveglierebbero e si affretterebbero a baciarsi l’un l’altro, affrettandosi ad amare, consapevoli che i giorni sono brevi, che questo è tutto quello che rimane loro. Lavorerebbero l’uno per l’altro, e ciascuno darebbe a tutti tutto il suo patrimonio e con ciò solo sarebbe felice. Ogni fanciullo saprebbe e sentirebbe che ciascuno sulla terra è per lui come un padre e una madre. «Sia pure domani il mio ultimo giorno – penserebbe ciascuno, guardando il sole al tramonto – ma è lo stesso; io morirò, ma rimarranno tutti loro, e dopo di loro i loro figli»”.

Giunti a questo punto, il mondo dell’aldilà non ha più importanza, non ha valore. L’amore ateo trionfa. Un amore opposto a quello di Cristo. Non più la vita eterna, ma un godimento della vita qui e ora. Ma ciò, per Dostoevskij, non è possibile, perché vorrebbe dire veder realizzata l’epopea de I Demoni. È un’utopia. L’umanità, in tale modo, giungerebbe soltanto alla crudeltà e alla distruzione. Scrive Berdjaev:

“È un amore impersonale, comunistico, in cui gli uomini si attaccano l’uno all’altro, perché non sia così pauroso vivere dopo aver perso la fede in Dio e nell’immortalità, cioè nel senso della vita”.

E ancora:

“Il socialismo risolve il problema secolare dell’unione universale degli uomini, dell’assetto del regno terreno. La natura religiosa del socialismo si vede soprattutto nel socialismo russo, un problema apocalittico, rivolto a una catastrofe finale della storia”.

Per Berdjaev è il socialismo a essere il nuovo cristianesimo, perché è lui che pretende di risolvere i problemi ultimi. Una religione nuova, capace di soddisfare i bisogni dell’uomo, ma il socialismo non sostituisce il capitalismo, anzi, i due poggiano sulle stesse basi.

E qui le sue parole si fanno molto provocatorie:

“Il socialismo è sorto sul terreno giudaico. È la forma laica dell’antico millenarismo ebraico, la speranza di un regno carnale, terreno, e della beatitudine terrena di Israele. Non per caso Marx era ebreo. Egli aveva mantenuto la fede nella venuta di un Messia, l’opposto di Cristo, che il popolo ebreo aveva rinnegato. Ma il popolo eletto di Dio, il popolo messianico era per lui il proletariato. Questa classe portava per lui i segni del popolo eletto, messianico”.

E la religione del socialismo viene esplicata nel dialogo noto come Il Grande inquisitore: “Tutti saranno felici, tutti i milioni di uomini… Noi li costringeremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro ordineremo la loro vita come un gioco infantile, con canti infantili, con cori, con danze innocenti. Oh, concederemo loro anche il peccato, perché sono deboli e inetti… Daremo loro la felicità degli esseri deboli, quali essi sono stati creati”.

La felicità consisterà nella rinuncia della libertà. Scrive sempre Berdjaev: “Si possono costringere gli uomini a rinunciare alla libertà con la promessa di mutare le pietre in pani. L’uomo è infelice, il suo destino è tragico, perché egli è dotato della libertà dello spirito. Costringete l’uomo a rinunciare a questa sciagurata libertà, asservitelo con la lusinga del pane terrestre e sarà possibile costruire la felicità terrestre degli uomini”.

Ma un uomo davvero libero preferisce morire di fame che essere schiavo del pane terrestre.

Per Dostoevskij il cattolicesimo, la teocrazia papale e il socialismo, erano la stessa cosa. Il socialismo è un cattolicesimo laico. Era convinto che il Papa sarebbe andato incontro al comunismo perché l’idea papale e quella socialista hanno grandi punti in comune:

“Eppure colpisce questa analogia fra cattolicesimo e socialismo, queste due idee opposte. Nell’uno e nell’altro si nega la libertà di coscienza, nell’uno e nell’altro si afferma uno spirito di ortodossia e d’intolleranza estrema, nell’uno e nell’altro si costringe al bene alle virtù, nell’uno e nell’altro si sostiene un universalismo forzato e un’unione forzata degli uomini, nell’uno e nell’altro la vita è ordinata così da non permettere il libero gioco delle forze umane. Lo Stato socialista non è uno Stato laico, ma confessionale, al pari dello Stato cattolico: vi è una religione di Stato, e godono pieni diritti solo quelli che appartengono a questa religione di Stato. Lo Stato socialista conosce solo una verità, a cui conduce con la costrizione gli uomini, né lascia libertà di scelta. Ma non diverso è l’impero ortodosso bizantino. Gli estremi si toccano. Ai lati opposti si nega in egual modo la libertà dello spirito. Questa negazione è inevitabile, quando i fini terreni sono posti più in alto dei fini celesti”.

Di nuovo ne I Demoni: “Appena si manifestino la famiglia e l’amore, ecco anche il desiderio della proprietà. Noi uccideremo il desiderio, scateneremo l’ubriachezza, le calunnie, le denunce; scateneremo una corruzione inaudita, soffocheremo nella culla ogni genio. Tutto ridotto a un comune denominatore, uguaglianza completa… È necessario solo il necessario, ecco il moto della sfera terrestre d’ora in poi. Ma è necessario anche lo spasimo: a questo penseremo noi, i governanti”.

Non è ammessa democrazia, né libertà. La democrazia non può trionfare sulle rivoluzioni. Governerà una minoranza tirannica. Dostoevskij teme che le fantasticherie sociali dei rivoluzionari russi portino alla distruzione dell’essere con tutte le sue ricchezze, fino ad arrivare ai confini del nulla. Le fantasticherie sono considerate una malattia dell’anima russa. Come dice il monaco Zosima ne I fratelli Karamazov: “Davvero hanno più fantasia di noi. Pensano di ordinare il mondo con giustizia ma, rinnegato Cristo, finiranno col sommergere il mondo nel sangue, perché il sangue chiama il sangue, e chi a ha sguainato la spada, di spada perirà. Se non ci fosse la promessa di Cristo, allora si distruggerebbero l’un l’altro sino agli ultimi due uomini sulla terra”.

E il personaggio Verchovenskij de I Demoni dice:

“La forza più importante, il cemento che unisce tutto, è la vergogna delle proprie opinioni. Questa sì è una forza. Si deve a questo simpatico sentimento il fatto che nessuno ha più nemmeno una sua idea in testa. Averne sarebbe una vergogna”.

Dostoevskij, in realtà, condivideva questa rivolta del nuovo uomo verso un’armonia mondiale e il progresso, ma sembrava anche essere l’unico ad accorgersi delle contraddizioni fondamentali della dottrina del progresso:

“Il progresso trascina l’uomo verso l’armonia futura, la felicità generale e la beatitudine paradisiaca di coloro che si arrampicano sulla sua cima. Ma è causa di morte a quelle infinite generazioni che con la loro fatica e il loro dolore hanno preparato questa armonia. Si potrebbe, dal punto di vista morale, accettare un’armonia acquistata a tale prezzo? Si concilia la coscienza religiosa e morale con l’idea del progresso?”.

Se non c’è più Dio, allora il mondo stesso andrebbe ripudiato, questa è la via degli atei. L’ateismo dovrebbe essere anche contro la futura armonia del mondo, dovrebbe ripudiare anche la religione del progresso. Ma per Dostoevskij rimane ancora una via, quella verso Cristo: “Il termine estremo della rivolta è il nulla, la distruzione del mondo. Così si mettono a nudo le illusioni della religione rivoluzionaria del progresso”.

Il mondo può essere accettato, e così il progresso, ma solo se c’è un Senso divino e se la vita diventa espiazione, se l’armonia si raggiunge in cielo e non qui sulla terra. Si possono accettare la sofferenza e la lacrima del bambino solo se c’è immortalità; se non c’è, allora questa via per il progresso deve essere ricusata, questa era l’idea fondamentale di Dostoevskij -avversario della borghesia- secondo Berdjaev, per il quale Dostoevskij era una sorta di singolare anarchico socialista cristiano lontano dall’anarchico socialista ateo.

La scelta finale sta tra la libertà o la felicità e il benessere, la libertà con dolore o la felicità senza libertà, e la maggioranza degli uomini sceglierebbe la seconda, “perché la prima via è quella di pochi eletti”. Perché l’uomo cerca più che altro i miracoli, e non Dio. Sempre Versilov dice:

“Scelgono Dio per non inchinarsi davanti agli uomini; inchinarsi davanti a Dio non è così umiliante”.

Il regno del Grande Inquisitore fa riferimento al socialismo ateo e materialistico, e si fonda sulla sfiducia nei confronti della verità e del senso della vita. E allora ecco la compassione sfrenata per la massa umana, il desiderio di darle una felicità insensata durante il breve corso della vita. Ovviamente si parla di socialismo come religione e non, come precisa Berdjaev, di un sistema di riforme sociali anche giuste. È con Dostoevskij che comincia (e forse allo stesso tempo finisce), l’epoca dei “problemi maledetti”, della psicologia profonda, delle questioni alte. Ed è proprio questo che forse oggi dovremmo recuperare.

Oggi più che mai, il cammino sulla Terra sembra essere chiaro: consiste in un alternarsi di estasi e obbrobrio, di luce e oscurità, di fiori e vermi. La vera lotta tra la politica e la fede è sempre stata soltanto una: se non convinci le persone che ne vale la pena, che quello che c’è qui è tutto e ha più valore di ogni altra cosa, che puoi fare la differenza, che puoi aiutare il prossimo, cambiare il corso della storia, fare qualcosa, lottare per la libertà, essere tu stesso Dio… se non li convinci, come si fa? Se tutti facessero un percorso spirituale serio e profondo, forse nessuno si batterebbe per le cose concrete. Se contasse ancora e soltanto il dopo, nulla avrebbe più importanza.

“Ma se Dostoevskij non può essere maestro di disciplina spirituale e di una vita spirituale della vita, se il suo mondo, come il nostro psicologismo, deve essere superato in noi, egli rimane sotto questo aspetto un maestro: perché ci insegna a scoprire attraverso Cristo la luce nelle tenebre, a scoprire l’immagine e somiglianza di Dio nell’uomo più abietto, insegna l’amore per l’uomo, unito al rispetto per la sua libertà. Dostoevskij ci conduce attraverso le tenebre, ma non alle tenebre appartiene la sua ultima parola”.

Dostoevskij rammenta l’Apocalisse all’umanità, ce la fa intravedere. Berdjaev conclude con parole che sembrano altrettanto premonitrici, tanto quanto quelle dell’autore da lui amato: “Oggi l’Europa occidentale, che segue ormai il ritmo di un processo catastrofico, i cui risultati non appaiono ancora, si rivolge a Dostoevskij ed è più capace di comprenderlo. Per volontà del destino l’Europa occidentale esce da uno stato di soddisfazione borghese, in cui si lusingava evidentemente, fino alla catastrofe della guerra mondiale, di rimanere in eterno. La società europea per lungo tempo si è trattenuta alla periferia dell’essere appagandosi di una esistenza esteriore. Avrebbe voluto sistemarsi per tutti i secoli sulla superficie della terra. Ma anche qui, nella sistemata Europa «borghese», si rivela un suolo vulcanico. Fatalmente si scoprono nei popoli d’Europa profondità spirituali. Dappertutto dovrà affermarsi un moto dalla superficie in profondità, se pure preceduto da moti in superficie, esteriori, come guerre e rivoluzioni. Ecco che, nelle catastrofi e nei rivolgimenti, non più sordi ai richiami dello spirito profondo, i popoli dell’Europa occidentale con maggior comprensione si accosteranno a quel genio russo e universale, che ha scoperto la profondità spirituale dell’uomo e che ha preveduto la fatale catastrofe del mondo. Dostoevskij è il valore immenso col quale il popolo russo giustifica la sua esistenza nel mondo: ciò a cui potrà richiamarsi nel Giudizio Universale dei popoli”.

 

Recommended Posts
Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.