Varanasi, la città sacra

 In IL SETACCIO

Articolo per VibrazioniYoga

Quello che si prova quando si mette piede a Varanasi, è qualcosa che non si può descrivere a parole, perché ci vorrebbero i sensi per comprendere. Non si può descrivere l’odore di quel luogo, quella puzza di cadaveri che brucia, e che rimane impregnato sui vestiti e i capelli finché non ci si lava profondamente. Non si può descrivere quello che gli occhi vedono: corpi che si sciolgono come neve al sole tra le fiamme. Gambe che si staccano dal busto, e che finiscono tra la cenere. Teschi che faticano a bruciare. La morte ha anche un gusto in quella città, che ti entra nel naso, nella gola, negli occhi, nelle orecchie, e che non ti abbandona più.

Di notte si sprigionano forze potenti nei luoghi di cremazione, e si dice che quell’energia può entrare nei corpi dei vivi che si aggirano nella zona. Eppure, proprio di notte, il fascino del Manikarnika Ghat è davvero unico. Dopo che si è stati a Varanasi, non si è più gli stessi. Cambia qualcosa dentro, nel profondo, nel rapporto che si ha con la morte. All’inizio si comincia a vedere l’uomo come nient’altro che carne, e si rifiuta l’idea della morte ed è difficile credere che ci sia qualcosa dopo, e se c’è, si prende comunque atto del fatto che la vita che si sta vivendo oggi non sarà più, mai più. Magari c’è rinascita, ma in qualcos’altro.

Poi si comincia a sperare nell’aldilà, nell’immortalità, nella coscienza che forse davvero sopravvive. Ma intanto l’odore di morte penetra il cuore.

E a Varanasi ancora oggi si aggirano gli Aghori, una setta cannibale indù. Chi ne fa parte si cosparge di cenere, fa usa di alcol e carne, urina, escrementi, e compie rituali che non sono visti di buon occhio neanche dagli stessi indiani. Per loro niente va rifiutato e proibito, perché tutto è emanazione di Shiva, e la realtà non è altro che illusione.

Si cospargono delle ceneri dei cadaveri, li usano come altari, e ne consumano le carni per acquisire la loro shakti, e conquistare tutto il potere e l’energia che queste persone avevano accumulato nel corso delle loro vite.

E poi ci sono i Kapalika, un’altra setta indù che porta con sé un teschio, solitamente preso dai luoghi di cremazione. Questi individui non si separano mai dal loro teschio e compiono meditazioni nei cimiteri e nei luoghi di cremazione proprio vicino alle pire funebri. Da essi emersero le prime sette dei Pasupata e dei Lakula. In seguito l’insieme di queste tradizioni shivaite diedero vita ai Kula.

Varanasi è la città che fa attraversare a tutti gli esseri l’oceano del saṃsāra, perfetta meta di pellegrinaggio. In essa si trovano tutti i mezzi di purificazione, ed è nota anche come Avimukta. Chi si reca in questa città penetra già nell’Assoluto e tutti i peccati gli sono perdonati, diventa immediatamente puro. Tutto ciò che si pratica a Varanasi diventa imperituro. Chi muore qui non finisce all’inferno e raggiunge la somma meta. È la città per raggiungere il mokṣa senza difficoltà. Chi riesce a prendervi dimora, accede alla sede suprema, dove giunto non soffre più, e accede all’eccelsa dimora di Shiva, che non conosce nascita, morte, vecchiaia. Varanasi è la meta di coloro che desiderosi del mokṣa, più non soggiacciono alla morte. Chi arriva in questa città ha compiuto tutto quello che c’era da compiere.

Né con le donazioni, né con i riti, né con i sacrifici si può raggiungere quello che si raggiunge e ottiene a Varanasi. Avimukta è somma conoscenza, è sede eccelsa, è la realtà più alta, è il sommo bene.

Varanasi può distruggere il male compiuto in centinaia di esistenze. Il supremo stato si attinge solo in mille nascite attraverso lo yoga, la conoscenza, la rinuncia, o ancora in qualche altro modo. Chi vive in questa città ottiene la somma liberazione in una sola nascita. Bisogna morire a Varanasi, fare di tutto per viverci e poi farsi cremare in questa città, che si sia oppure no degli yogi, dei virtuosi o peccatori. Non si deve abbandonare l’intenzione di andare a Varanasi neppure se lo dicesse il Veda, i genitori o il maestro. (Da “I Mahatmya del Kurma Purāṇa”)

 

Sempre dai Purāṇa, nei testi della Bhakti Vaishnava, sul destino e sulla morte.

 

  1. Ciò che deve accadere accade, ma non può accadere ciò che non deve accadere. L’inquietudine non turba mai coloro che di ciò son ben sicuri nell’animo”.

 

  1. Tutto questo mondo animato e inanimato è soggetto al destino: perciò il nascere e il morire il destino conosce, e non altri.

 

  1. Dovunque uno stia, ciò che deve compiersi certamente si compirà: ma il mondo, pur sapendo questo, si sforza vanamente.

 

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