Wilco, dal vivo

Si possono accostare in un solo contesto le parole: rock, sperimentazione, emozione, bravura, noia? Nel caso del concerto dei Wilco -che si è svolto l’8 Marzo 2012 all’Alcatraz di Milano- sì. La band, proveniente da Chicago, si è esibita dal vivo in occasione dell’uscita del loro ottavo disco “The Whole Love”, un album introspettivo che abbiamo apprezzato molto e che ieri speravamo quasi di sentire per intero. Cosa che accade raramente a un live, dove spesso ci si augura di riuscire ad ascoltare i vecchi successi di un gruppo. Questa volta no, perché crediamo che la loro ultima fatica sia davvero una chicca di cui fare tesoro. Quasi messe al bando le sperimentazioni. Il cantante Jeff Tweedy, in brani come “Black Moon” e “One sunday morning”, è stato capace di regalarci momenti toccanti e rivelatori soltanto con la sua chitarra e la sua voce (e qualche violino qua e là). Entrambe le canzoni però -solo al live di Milano, perché il secondo brano citato è stato eseguito per l’apertura di molti dei loro concerti- non sono stati suonati, purtroppo. Prima delusione. L’esibizione è infatti iniziata con la canzone “Hell is chrome”, dove il bravissimo chitarrista Nels Cline ci ha fatto immediatamente capire di che pasta sono fatti i Wilco dal vivo. Assoli chilometrici come non se ne sentono più da tempo. Chitarre che si rispondono tra loro, che dialogano, come quelle dei grandissimi Crosby Stills Nash & Young di tanti anni fa, dai quali tutti hanno imparato e tratto molto. Uno stile, quello dei Wilco, che rimanda alla musica country-folk americana degli anni ’60-’70, intrisa però di nuove sperimentazioni che danno vita a un sound innovativo tra tastiere e chitarre elettriche.

Non servono immagini, LED, coriandoli, video ecc. Il palco era infatti spoglio. Dietro di loro c'era soltanto un telo grigio-nero con sopra dei paralumi appesi al contrario che si illuminavano a tempo di musica. Una cosa minimale ma di grandissimo effetto. Toccante e fine allo stesso tempo.

Abbiamo scoperto che facce avessero i Wilco da poco tempo, come ci accadde per i The National. Li abbiamo ascoltati per anni senza avere bisogno di sapere che avessero un naso, due occhi e una bocca. Ci bastava la loro musica, la voce di Tweedy. Chi se ne frega di andare su Google e sapere che Jeff è un po’ tracagnotto e che Cline assomiglia al cantante de “Il Teatro degli orrori”. In casi come questo contano solo le note, le parole, e il live di ieri sera ci è bastato per capire che i Wilco sono dei musicisti professionisti quasi impeccabili ma comunque in grado di emozionare. Il loro rock non è quello autodistruttivo che ti fa sentire rock se ti bevi dieci birre e se ti fumi ottanta sigarette -per la prima volta ad un live, ieri sera non abbiamo visto nessuno accendersi una sigaretta. Solo qualcuno beveva della birra. Il rock è anche altro. Il rock è classe, è dedizione e non soltanto delirio, pogo, sudore e stage diving.

Il pubblico dei Wilco è un popolo corretto, educato, che faceva headbanging con classe, anche perché di capelloni ce ne erano davvero pochi. La band in questione ha fatto un concerto di due ore per un totale di quasi venti canzoni, tra cui “Impossible Germany”, “Spiders (kidsmoke)”, “Misunderstood”, “At least that what you said”, “Handshake drugs”, “Red eyed and blue” per il finale prima del bis, “I got you” e “Hoodoo voodoo” in chiusura. Una di fila all’altra. Poche parole. Solo musica. Una scaletta per alcuni un po’ deludente, che a tratti ha anche un po’ annoiato. Avremmo preferito sentire qualche brano lento in acustico in più, dove la band spesso dà il meglio di sé. Resta il fatto che vedere dal vivo i Wilco almeno una volta nella vita, è d’obbligo.


Ólafur Arnalds, intervista

Ho intervistato in esclusiva Ólafur Arnalds per Jaymag.it, artista islandese di fama internazionale che suonerà in Italia per tre date (Domenica 1 Aprile, Parma – Auditorium Paganini. Lunedì 2 Aprile, Ravenna – Teatro Rasi. Martedì 3 Aprile, Roma – Brancaleone) in occasione dell’uscita del suo nuovo disco intitolato “Living Room Songs” e della colonna sonora da lui composta appositamente per il film “Another Happy Day” di Sam Levinson. Un’intervista approfondita per conoscere al meglio questo magico compositore adorato anche dai Sigur Ros, per i quali in passato ha aperto numerosi concerti.

Olafur, sono un giornalista, ma anche una tua grande fan, devo dirtelo. La musica che proponi è davvero in grado di mettere l’ascoltatore in pace con il mondo, di farti entrare in contatto con qualcosa di infinito, più grande di noi, anche se non si crede in alcun Dio. Da dove trai ispirazione?

È la vita stessa ad ispirarmi, ma anche i film che guardo e la musica che ascolto hanno questa funzione per me.

E l’Islanda -con i suoi paesaggi lunari- ti è servita come ispirazione?

Penso che il luogo da dove veniamo fa di noi quello che siamo, sempre. Non sono necessariamente i paesaggi ad ispirare, ma la cultura e la musica che si trova intorno a ciascuno di noi.

Perché la musica classica (con tutte le sue contaminazioni), per esprimerti e come nasce questa tua passione?

La musica classica è semplicemente il genere che mi piace di più. Mi sono interessato ad essa attraverso le colonne sonore quando ero un adolescente e mi sono detto che mi sarebbe piaciuto fare proprio questo tipo di musica una volta diventato grande.

Hai mai pensato di usare le parole per la tua musica?

Sì. Ho usato qualche testo in passato ed attualmente sto lavorando molto su delle canzoni proprio con la voce. Ma di solito trovo più interessante lasciare le canzoni completamente aperte per l’interpretazione di chi ascolta, e ciò è maggiormente possibile senza un testo ben preciso.

I tuoi album sono veramente intensi e toccanti, come il tuo ultimo lavoro dal titolo “Living Room Songs”. Come è nato questo disco? Perché hai deciso di registrare una canzone per ogni giorno della settimana nel tuo appartamento?

È il seguito di un’idea precedente, “Found Songs” del 2009, dove avevo scritto una canzone al giorno rilasciandone una per ogni giorno della settimana. Ho voluto ripetere quel progetto perché è stato molto divertente per me, anche se questa volta ho voluto cambiare un po’. Ho pensato che sarebbe stato molto bello aggiungere dell’intimità alla musica, invitando le persone direttamente a casa mia -per così dire- in modo da potermi guardare mentre suonavo e registravo le canzoni attraverso i video.

Cosa è cambiato in te e in che modo pensi sia cambiata la tua musica dal 2007 (da Eulogy for Evolution)?

Mi piace pensare di essere migliorato in quello che faccio. Credo di essere cresciuto e maturato, senza dubbio.

Hai anche registrato la tua prima colonna sonora per il film “Another Happy Day”. Come è nata l’idea per questo progetto? E ‘stato il regista Sam Levinson a mettersi in contatto con te? È stata una cosa emozionante e credi sia diverso comporre musica per un tema specifico?

Sì è stato Sam a contattarmi direttamente. Ha detto che aveva tutti i miei album e che secondo lui la mia musica si sarebbe adattata molto bene per il film. Fare musica per il cinema è sempre stato un mio sogno quindi per me è stato molto divertente. Mi è piaciuto molto avere delle restrizioni creative e scrivere per un tema specifico. È stato davvero stimolante.

Perché molti giovani (e anche molte persone che non hanno mai ascoltato musica classica) hanno iniziato ad amare la tua musica?

Perché la mia musica non è veramente classica, è a metà strada tra musica classica e pop. È per questo che essa è amata da coloro che ascoltano anche altri generi. Penso anche che sia dovuto al fatto che sono qui adesso, faccio musica oggi e non 200 anni fa. Questo è molto rilevante per le persone che vivono come me questi tempi moderni.

Pensi che l’elettronica e il ritorno al classicismo siano il futuro della musica? Dato che il rock non sembra essere in grado di proporre qualcosa di veramente nuovo e interessante..

Sì, credo che ci sia sicuramente questo ritorno, ma purtroppo non posso predire il futuro..ad ogni modo tutto gira..tra vent’anni Nickleback probabilmente suonerà molto retrò e cool.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?

Recentemente ho ascoltato molto i “Talk Talk”. Non posso fare a meno di quella band!

Cosa hai in mente per il futuro? Ti piacerebbe sperimentare altre forme d’arte per esprimerti?

Penso che continuerò ad occuparmi di musica anche se mi piace sperimentare con tutti i diversi tipi di musica. Vorrei fare un album elettronico, nonché un pezzo classico più puro, per esempio.

E i tuoi concerti? In che modo proporrai i prossimi live?

Ho intenzione di continuare a sperimentare e a cercare cose che rendano i miei concerti interessanti. Non ho nessuna intenzione di smettere questa ricerca, anzi!


Black Keys, gli intoccabili

Era da un bel po’ di tempo che non si vedeva una coda così esorbitante fuori dall’Alcatraz. “Ci entrerà tutta questa gente?” Sì, ci sono entrati tutti, tranne quelli che fuori speravano di trovare un biglietto venduto dai bagarini. Ma erano esauriti anche quelli. Live sold out da due mesi. A nostro parere avrebbero potuto riempire il Forum di Assago.

Stiamo parlando del concerto che si è tenuto ieri sera a Milano (unica data italiana) di una delle band del momento (nonostante sette album all’attivo.) Ma si sa, nel nostro bel paese arriviamo sempre in ritardo. In tutto. I Black Keys stanno portando in giro per il mondo il loro nuovo disco intitolato “El camino”, un album che – finalmente – ha riscosso un incredibile successo anche da noi.

Quello di ieri è stato un vero e proprio evento al quale non si poteva mancare. Un concerto meraviglioso che ci ha permesso di ascoltare del rock and roll vecchio stile suonato e rivisitato con una verve e un carisma da fare invidia a tanti mostri sacri del rock. Perchè siamo stanchi delle reunion, questa è la verità, e anche se il gruppo di Daniel Auerbach e Patrick Carney non si sono inventati nulla di nuovo, la loro musica è in grado di far provare grandi emozioni e di risvegliare quell’animo rock insito in alcuni di noi che per troppo tempo era rimasto assopito.

Questo duo ha vari pregi, tra cui quello di assomigliare a un’infinità di band senza però ricordare (o plagiare) veramente nessuno in particolare. E non nominate i White Stripes vicino ai Black Keys. La loro musica trasuda rock da tutti i pori. Sono veri. Puri. Americani al 100 %. Il blues scorre nel sangue di questi due ragazzi. Due giovani che ancora sembrano non rendersi conto del loro successo. Un successo che non li ha cambiati, che non ha scalfito la loro essenza e che permette loro di fare quello gli pare, senza dover scendere a compromessi. Il live si è aperto con la bellissima “Howlin’ for you” alle 21,30 circa, perfetta per caricare un pubblico già più che esaltato.

È stata poi la volta di “Next girl”, “Run right back”, “Strange times”, “Dead and gone”, “Gold on the ceiling”. Vecchie e nuove canzoni suonate per accontentare proprio tutti. Sia chi li segue dai loro esordi sia chi li ha conosciuti con la loro ultima fatica. E poi “Thick freakiness”, “Girls on my mind”, “I’ll be your man”, fino ad arrivare a “Tighten up”, molto attesa dai fan e diventata famosa anche per il divertentissimo video. Ma ecco arrivare la canzone del momento “Lonely boy” (altro video fantastico) cantata e ballata davvero all’unisono dal pubblico. Il bis è stato riservato a “Everlasting light”, “Long gone” e la bellissima “I got mine”, brano di chiusura del live durante il quale è anche scesa una tenda nera che ha svelato la scritta “The Black Keys” a caratteri cubitali e che brillava come oro e che ha suscitato una grande ovazione generale. Un’ora e mezza di pura estasi.

Dopo tanto tempo abbiamo potuto assistere a un live con il “pogo”, con gente che faceva stage diving, con ragazze collassate fuori dall’Alcatraz di fianco all’ambulanza. Sigarette ovunque. Birra a fiumi. Fan in delirio. Vuoi vedere che il rock and roll non è poi così morto?

 

 

p.s. più tardi siamo andati al Magnolia e abbiamo giocato con loro a calcio balilla!

 

Scaletta:

Howlin’ for you

Next girl

Run right back

Strange times

Dead and gone

Gold on the ceiling

Thick freakness

Girls on my mind

I’ll be your man

Your touch

Little black submarines

Money maker

Chop and change

Same old thing

Nova baby

Ten cent pistol

Tighten up

Lonely boy

Encore

Everlasting light

Long gone

I got mine


Guano Apes: guai a definirli metal

Sì. Sono tornati anche loro. Questi sono gli anni delle reunion. Anni in cui il rock sembra non essere più in grado di offrire qualcosa di innovativo, figuriamoci di buono. E allora sotto con le minestrine riscladate. Il 26 gennaio 2012, a Milano, presso i Magazzini generali, è stata la volta dei Guano Apes, la band capitanata dalla bella e carismatica Sandra Nasic. Bella e carismatica, punto. Perchè dal vivo la nostra cara cantante non ha neanche una gran voce. Non a caso, nascosto e in disparte, c’era un secondo chitarrista che l’ha aiuata (non poco) a cantare ritornelli e non solo, tranne quando la ragazza si faceva aiutare direttamente dal pubblico. In Germania questo gruppo è definito alterntive metal, nu metal, metal-rock, chiamatelo come vi pare, ma noi ieri sera abbiamo ascoltato tutto meno che del metal (quasi neanche del rock).

I Guano Apes sono degli ibridi. Un mix tra Avrile Lavigne, Anouk o cantanti simili, che però ogni tanto esordiscono con degli attacchi strumentali di chitarra basso e batteria degni dei System Of A Down (per citare un gruppo a caso). Però è soltanto pia illusione, perchè dopo meno di trenta secondi il sound delle canzoni dei Guano torna ad essere incredibilmente e insopportabilmente melodico, quasi pop, a dir poco scontato. Gli unici due singoli decenti (ma comunque commerciali) che hanno reso famosi gli Apes anche in Italia sono stati “Big in Japan” e “Open Your Eyes”, che naturalmente ieri sera non sono mancati all’appello. Anche il pubblico di questa band è una sorta di ibrido (live incredibilmente sold out nonostante tutto). Ragazzine con i capelli viola, nerd, “metallari”, che erano lì per assistere a un concerto a nostro parere insulso, iniziato con il brano “Quietly” e che è andato avanti con “Oh What A Night”, singolo di debutto del nuovo (e improponibile) album “Bel Air”, dove i Guano hanno davvero ceduto al pop e dove la “rocker” Nasic ha ceduto invece alla minigonna. Perchè in qualche modo devi pur attirare l’attenzione sulla tua band se proponi musica mediocre. Non a caso le uniche grida lanciate dal pubblico sono state: “Nuda!” e “Bona!”. Il live è proseguito con “Open Your Eyes”, “Sunday Lover”, “Pretty In Scarlet”, “Fire In Your Eyes”, “She’s A Killer” fino a “This Time”, brano di chiusura prima del bis.

Il chitarrista Henning Rümenapp ha parlato molto con il pubblico ringraziandolo di cuore, e con il bassista Stefan Ude ha dato vita anche a un teatrino con annessa sfilata di moda, con Ude che ha indossato circa 4-5 magliette dei Guano Apes per poi sfilarsele facendo uno spogliarello per lanciarle e regalarle al pubblico. Il ritorno sul palco è stato affidato a una parte strumentale suonata solo dai Guano. Unico momento di musica decente durante tutto il live. Ude ha dato il meglio di sé al basso e sembrava proprio che stesse pensando: “Avete sentito? Siamo bravi, ma ci tocca fare musica di merda per vendere e per far cantare la nosra frontman. Io in realtà potrei suonare nei Red Hot, nei Queens of The Stone Age o nei System.” Una volta rientrata in scena Sandra, Stefan se ne è tornato in disparte sconsolato per poi attaccare con “Staring At The Sun” e l’attesissima “Big In Japan”. A conclusione “Loards Of The Boards” che tutti sapevano a memoria, con grande sorpresa della cantante stessa che sbarrava gli occhi incredula. Tirate le somme: un live da dimenticare.

 

Quietly
Oh What A Night
You Can’t Stop Me
Open Your Eyes
Sunday Lover
Pretty In Scarlet
Fire In Your Eyes
She’s A Killer
Tiger
All I Wanna Do
When The Ships Arrive
Fanman
This Time

Encore:
Instrumental
Staring At The Sun
Big In Japan
Loards Of The Boards

 

 

Foto di Sergione Infuso


Intervista ai The Answer

Ho intervistato in esclusiva per Jaymag il leader della band “The Answer”, Cormac Neeson, in occasione dell’uscita del loro nuovo album intitolato “Revival”.

Ho sentito dire che per voi il rock and roll non è morto e che secondo voi questo genere ha ancora tanto da dare, vero?

Assolutamente! Credo che il rock and roll non sia affatto morto e che sia vivo e vegeto. Noi non potremmo fare altro nella vita. Facciamo rock, viviamo di questo ed è una cosa davvero fantastica, anche perché credo fermamente che il rock and roll abbia ancora tanto da dare.

Come è nato “Revival” il vostro terzo album?

Abbiamo passato tre anni in tour con gli Ac/Dc. Abbiamo suonato con una delle migliori rock band del mondo. Abbiamo imparato molto da loro e ci siamo divertiti un sacco. Siamo stati in giro con loro tutte le sere. Mentre eravamo in giro con la band abbiamo iniziato a scrivere nuove canzoni.

Insomma vi è servita anche come ispirazione questa esperienza.

Completamente. Loro sono dei grandissimi musicisti oltre ad essere simpaticissimi. Abbiamo assistito a tutti i loro concerti, ogni sera. Non ci stancavamo mai di vederli dal vivo! Loro sono davvero pazzi e dei buoni maestri, indubbiamente.

Siete una band giovane, ma avete già dieci anni di carriera alle spalle. Come sono cambiati i “The Answer” in questi anni?

Abbiamo imparato molto in questi anni. Siamo migliorati come musicisti e non solo, soprattutto sotto l’aspetto del live. Sappiamo cosa vuole il pubblico da noi e cerchiamo di darglielo facendoli divertire e offrendo loro buona musica, molto di più rispetto al periodo del nostro esordio. Abbiamo lavorato molto su noi stessi per migliorarci. Dieci anni sono tanti ora che mi ci fai pensare.

Quali sono le band che ispirano gli Answer? Oltre agli Ac/Dc ovviamente.

È molto bello e divertente perché ogni membro della band ha gusti musicali molto diversi. Ognuno trae ispirazione da gruppi differenti e le influenze sono tra le più disparate. Dal blues ai Motley Crue. Quando siamo in studio questo ci è molto utile perché in questo modo mettiamo insieme le idee e cerchiamo di creare quello che poi è lo stile dei The Answer.

Secondo te qual è il segreto del vostro successo? Te lo chiedo perché come ben saprai per le band emergenti non è facile affermarsi e diventare famosi, soprattutto qui in Italia.

Il segreto? Posso dire che il nostro segreto è quello di aver lavorato molto, di esserci impegnati e di non aver mai mollato. Duro lavoro, dedizione e passione. Tutti potrebbero dirti la stessa cosa. Ogni band sa che deve fare così se vuole raggiungere degli obiettivi. Ci sono tante difficoltà da affrontare. A volte ti viene voglia di abbandonare tutto ma non bisogna farlo. Anche per noi non è stato semplice durante questi dieci anni ma non ci siamo arresi.

Sono degli ottimi consigli.

Sì, bisogna tenere duro, andare avanti per la propria strada se si sa quello che si vuole. Anche perché ad oggi, specialmente se si suona rock, non è per niente facile affermarsi. È davvero dura. L’importante è riuscire a conquistare il pubblico, farlo divertire ed offrire loro uno show mai visto prima.

Voglio sapere se è vero che Jimmy Page è un vostro grandissimo fan che addirittura aveva dichiarato: “Se volete vedere come erano i Led Zeppelin da giovani andate e a sentire i The Answer”.

Sì è vero! Loro sono anche uno dei nostri gruppi preferiti e da sempre di grande ispirazione. Siamo fortunati, abbiamo un sacco di fan famosi e di band che amiamo che ci seguono, senza nulla togliere a tutti gli altri fan non famosi!

Progetti per il futuro?

Penso che nei prossimi mesi suoneremo dal vivo in giro per il mondo. A Marzo saremo in Inghilterra, a febbraio in Giappone. Saremo presenti a dei festival quest’estate e naturalmente inizieremo a scrivere, a lavorare al prossimo album. E poi torneremo presto da voi!


Lunga vita ai Red Hot Chili Peppers

Non ce lo aspettavamo, bisogna dirlo. I Red Hot Chili Peppers sono tornati alla grande anche se (nuovamente) senza John Frusciante, capaci d’infuocare un Forum di Assago da tutto esaurito. Il 10 Dicembre 2011 la band di Anthony Kiedis è salita sul palco con un’energia da fare invidia a un’infinità di gruppi formati da ragazzi non più che ventenni. I Red Hot sono stati una vera sorpresa dal vivo, capaci di stupire, di emozionare. Bravi. Più che bravi. Anthony era in perfetta forma (nonostante i segni dell’età inizino a farsi vedere anche sul suo viso) e così anche la sua voce – stranamente. Per Flea sarebbe inutile sprecare parole: lui è semplicemente il bassista per antonomasia.

La rivelazione della serata? Un solo nome: John Klinghoffer, il sostituto di Frusciante, che non ci ha fatto rimpiangere il caro vecchio John neanche per un istante e che è riuscito a dare nuova linfa vitale al gruppo. I nuovi Red Hot sono davvero una bomba. La band ha acceso il pubblico fin da subito, con l’attacco di “Monarchy of Roses”, brano di apertura del live, seguita dalla divertente “Dani California”, “Charlie”, dall’esplosiva “Around the World” per poi arrivare alla mitica “Otherside”. Palco immenso, ottimo sound ed incredibili maxischermi a LED, hanno contribuito a generare uno show da ricordare. Indescrivibile l’emozione provata nel sentire dal vivo brani come “Breaking The Girl” e “Under the bridge”, che hanno letteralmente mandato in delirio i fan più “anziani” – e non solo – che seguono questa band fin dagli esordi con grande fedeltà. Fantastica anche la storica cover di “Higher Ground”, con finale metal da headbanging violento. Immancabili all’appello anche canzoni come “Californication” e “By the Way”, brano che ha chiuso il live prima del bis.

Il rientro del gruppo è stato davvero unico nel suo genere. Il nuovo chitarrista, Klinghoffer, è salito sul palco da solo cantando e suonando in italiano “Io sono quel che sono” di Mina. Tutti hanno ascoltato questa versione a dir poco particolare in religioso silenzio, a bocca aperta, per poi appaludire alla fine con gran fragore. Il finale, invece, è stato affidato a “Can’t Stop”, “Meet Me at the Corner” e “Give It Away”, quest’ultima conclusa con un’infinita jam session eseguita da Flea, il nuovo John e il mitico batterista Chad Smith. Da pelle d’oca. Ci siamo recati a questo live quasi senza aspettative ma ci siamo dovuti ricredere: i Red Hot sono una grandissima band che non sembra risentire minimamente del passare degli anni (nonostante l’ultimo disco lasci un pò a desiderare). Lunga vita ai Peppers.

Monarchy of Roses

Dani California”

Charlie

Around the World

Otherside

Monarchy of Roses

Dani California

Charlie

Around the World

Otherside

The Adventures of Rain Dance Maggie

Breaking The Girl

Me & My Friends

Throw Away Your Television

Look Around

Under the Bridge

Higher Ground

Did I Let You Know

Californication

By the Way

Io sono quel che sono

Can’t Stop

Meet Me at the Corner

Give It Away

 

 

Foto di Sergione Infuso


Meno male che esistono i dEUS

In Italia i dEUS non hanno mai raggiunto la popolarità che meriterebbero. Eppure questo gruppo belga ha dato tanto alla musica dei giorni nostri. Tom Barman and company l’8 Dicembre 2011 sono saliti (nuovamente) sul palco dei Magazzini Generali per un’esibizione da ricordare. Nonostante Barman sembrasse aver bevuto qualche drink di troppo, i dEUS erano tutti in grandissima forma e ben felici di esibirsi dal vivo. Il live è stato preceduto da una band di apertura belga di nome SX, capitanata da una cantante bellissima e carismatica alle tastiere, che ha proposto un buon indie molto elettronico in compagnia di altri due membri, batterista e chitarrista. L’attesa però era tutta per l’affascinante e bravissimo Tom e i suoi mitici dEUS.

Alle 22,00 esatte la band è salita sul palco attaccando con la nuova “The final blast”, seguita da “The architect”, con un Barman molto carico che ha iniziato a sbattere nell’aria le sue storiche bacchette della batteria. Non è stato da meno neanche uno sfrenato chitarrista Mauro Pawlowski, che ci ha fatto semplicemente gasare e sognare durante i riff. Il concerto è poi proseguito sulle note di “Costant now”, “Oh your God” e la sensuale “Slow”. L’intro di “Instant street” ha scatenato un grande entusiasmo generale che è poi esploso sul fantastico finale, un giro di chitarra che non vorremmo finisse mai. E poi la travolgente “If you get what you want”, “Dark sets in”, fino ad arrivare al capolavoro “Bad timing” (da pelle d’oca) brano che ha chiuso la prima parte del conceerto.

I deus sono tornati sul palco dopo una breve pausa con “The end of romance”, “Sun Ra”, “Fell of the floor, man” e “Hotelounge (Be the death of me)”, per poi uscire di nuovo e rientrare con l’inno della band “Suds & Soda”. Un concerto di due ore bellissimo, con un ottimo audio e che ci ha permesso di ascoltare dell’ottima musica che manca da troppo tempo nel mercato discografico. La voce di Barman è unica e rara, il gruppo è unito più che mai e in perfetta sintonia. Tutti i presenti all’evento se ne sono andati soddisfatti e ben felici di sapere che i dEUS hanno ancora tanto da dare, nonostante il loro ultimo album intitolato “Keep you close” non sia paragonabile a dischi come “Pocket revolution”, “In a bar, under the sea”, ““Worst case scenario” o “The ideal crash”. Nel 2011 i dEUS sono ancora belli e incredibilmente bravi. È ora di far conoscere questo gruppo anche alle masse..

“The final blast”
“The architect”
“Costant now”
“Oh your God”
“Slow”
“Second nature”
“Instant street”
“If you get what you want” “Dark sets in”
“Magdalena”
“Ghost”
“Keep you close”
“Sister dew”
“Bad timing”

“The end of romance”
“Sun Ra”
“Fell of the floor, man”
“Hotelounge (Be the death of me)”

“Suds & Soda”

 

 

Foto di Sergione Infuso


Billy Corgan: please don’t say goodbye…

Gli Smashing Pumpkins sono tornati, ebbene sì, e lo hanno fatto alla grande. Nonostante il pensiero della formazione originale faccia sorgere una gran sensazione di nostalgia, il concerto di ieri del 28 Novembre 2011 a Milano, presso un non pienissimo Forum di Assago, non ha deluso le aspettative di gran parte dei fan. Billy Corgan è salito sul palco intorno alle 21,15 dinnanzi ad una scenografia alquanto kitsch (vedi foto) accompagnato dalla nuova band formata da Mike Byrne alla batteria, Jeff Schroeder alla chitarra e l’immancabile bassista donna Nicole Fiorentino.

Un gruppo che dal vivo è quasi riuscito a non far rimpiangere la mitica D’arcy Wretzky, Jimmy Chamberlin e James Iha (anche se diciamo ciò con la dovuta cautela.) L’inizio del live è stato affidato al brano “Quasar”, seguito da “Panopticon”, per ricordarci che l’anno prossimo è in uscita un nuovo disco degli Smashing, intitolato “Oceania”. Dopo il flop mondiale di “Zeitgeist” e il vergognoso progetto solista di Billy dal nome “Zwan”, Corgan ha deciso di non arrendersi e di continuare con il marchio Smashing. Un prodotto ben rodato che ancora oggi è in grado di creare attorno a sè grandi aspettative e attenzioni. Siamo nel 2011, ma la musica di questa band è ancora terribilmente attuale. I testi di Corgan sono stati l’inno di una generazione rimasta vedova del grunge precocemente. Negli anni ’90 i giovani hanno iniziato ad indossare magliette con un’unica scritta a caratteri cubitali: “Zero”. Una sola parola, che è diventata simbolo di migliaia di giovani depressi, abbandonati a se stessi e che si sentivano una nullità. In un mondo che non faceva per loro e che li stava tagliando fuori da tutto. Non a caso, proprio di questi tempi, possiamo constatare che i ragazzi che hanno trent’anni oggi, sono proprio coloro che si sentono più sperduti in assoluto. Il problema è che in questi anni non c’è più neanche un gruppo al quale aggrapparsi per trovare conforto. Il vuoto pneumatico è arrivato e ha travolto anche la musica.

Ecco perchè il ritorno degli Smashing Pumpkins ha destato tanto interesse e scalpore. Molti hanno criticato Corgan per questa reunion improbabile, ma alla fine, anche coloro che non erano d’accordo, si sono ritrovati tutti insieme a sentire dal vivo questa band. Perchè poter sentire live brani come “Soma” (da pelle d’oca ed eseguita benissimo), “Muzzle”, “Thru the Eyes of Ruby”, “Cherub Rock”, “Tonight, Tonight”, è sempre un’esperienza magica, fantastica, che per un attimo ha ridato conforto a molti. In questo deserto musicale, in questa desolazione di idee e nell’incapacità generale di generare nuove emozioni e nuove canzoni immortali, Billy è stato in grado di farci sognare di nuovo. E quindi “Nevermind”, chi se ne frega se l’acustica non era delle migliori. Chi se ne frega se la bassista non era più D’arcy e il chitarrista Iha. Chi se ne frega se la scaletta ha lasciato a bocca asciutta tutti coloro che si aspettavano i brani più commerciali e inflazionati. Chi se ne frega se tutti quelli sugli spalti se ne sono restati seduti in attesa di canzoni che non sono mai arrivate (fatta eccezione per il bis, che ha messo d’accordo tutti sulle note di una bellissima “For Martha” per poi esplodere sull’intro spettacolare di “Zero” unita alla mitica “Bullet With Butterfly Wings”, canzoni che hanno mandato in delirio il Forum intero).

Corgan è un grande musicista e un bravissimo chitarrista, che alla fine di ogni brano (anche di quelli nuovi) si è lasciato andare in un’infinità di assoli da fare invidia ai più grandi chitarristi metal. La band era molto unita e non è passata in secondo piano rispetto a Corgan, suonando per più di due ore (cosa che nessuna delle band di oggi si sogna di fare) Tutti hanno dato il meglio di sè e il risultato è stato grandioso. Billy ha anche annunciato la pubblicazione del nuovo disco dicendo che l’anno prossimo potrebbero tornare nuovamente in tour. Noi ce lo auguriamo con tutto il cuore, perchè vedere dal vivo gli Smashing – o quel che ne rimane – è pur sempre un’esperienza unica. Per tutti coloro che si sentono ancora soli, disadatti e incompresi. Per tutti coloro che hanno ancora voglia di sognare. Per tutti coloro che non si sono arresi ad una vita senza prospettive nonostante l’assoluta incertezza del futuro. Perchè certa musica può ancora farci sentire meno abbandonati a noi stessi, anche se si hanno più di trent’anni, anche se siamo consapevolmente una generazione fottuta.

 

 

Foto di Sergione Infuso


Lenny Kravitz è rock. Recensione del concerto

Per una sera c’è stato qualcosa di buono da respirare nell’aria a Milano. Si tratta della musica di Lenny Kravitz, che dopo un deludente concerto di un paio di anni fa all’Arena, torna per presentare il suo nuovo disco intitolato “Black and White America”. In un Forum di Assago gremito, il bello e bravo Lenny è salito sul palco con un paio di occhiali da sole e un cappello di lana intorno alle 21,15 del 21 Novembre, indossando jeans, anfibi, camicia a scacchi con sotto una canottiera nera, con appese al collo un infinità di catenine.

Carismatico come non mai, Lenny ha dato il via alle danze con il brano “Come on get it”, tratto dalla sua ultima fatica. Un pezzo rock and roll perfetto per gasare i fans fin dalle prime note. Le donne erano a dir poco in delirio, mentre alcuni maschietti (forse in soggezione di fronte a cotanta virilità) si sono lasciati andare a commenti del tipo “Tanto sei gay!”, “Sì ma non ti muovere così solo per far eccitare le donne” e simili. Kravitz – sicuro di sé come sempre – si è invece lasciato andare a balletti e mosse da vero sex symbol, giusto per non deludere le aspettative delle innumerevoli femmine presenti all’evento. Noi però, (seriamente) abbiamo davvero apprezzato la musica e un live che si è rivelato a dir poco travolgente.

Merito anche (o forse soprattutto) dei componenti del gruppo (sette elementi) che hanno dato il meglio di sé e di un’acustica stranamente eccellente. Da citare su tutti il bravissimo chitarrista solista Craig Ros, la divina bassista, il trombettista e il sassofonista, che durante gli assoli sono stati in grado di far venire davvero la pelle d’oca. Il concerto è proseguito con canzoni come “Always on the run”, la famosissima “American woman”, “It ain’t over til it’s over”, la trascinante “Mr. cab driver”, “Black and white America”, durante la quale, su un enorme schermo posizionato dietro la band, venivano proiettate immagini di un giovanissimo Lenny in compagnia della madre e di suo padre. E’ stata poi la volta di “Fields of joy” e della bellissima e davvero ben eseguita “Stand by my woman”, che ha dato vita a momenti di commozione generale. E poi ancora “Believe” e il singolo “Stand”, il quale dal vivo ci è sembrato molto più divertente e accattivante che nella versione studio (soprattutto perché non accompagnato da quell’orribile video che gira sui canali musicali). Il finale, prima del bis, è stato affidato alla mitica “Fly away” e alla sempre verde e stupenda “Are you gonna go my way”, che ha letteralmente mandato in delirio il Forum di Assago. Lenny è poi tornato sul palco per eseguire, in versione acustica, i brani “Push” e “I belong to you”, quest’ultimo cantato a gran voce da tutti, fomentati dallo stesso Kravitz.

Gran conclusione con “Lot love rule”, che Lenny ha suonato molto bene, trascinando il finale per più di un quarto d’ora, giusto il tempo per fare un bagno di folla generale da vera rock star, passando a salutare la gente sugli spalti, in fondo al palazzetto dello sport, arrampicandosi addirittura sulla pedana dove era situata la telecamera in mezzo al Forum (vedi foto). Gesti che hanno fatto divertire i fans, che si muovevano nel parterre per inseguirlo come cavallette impazzite, con le ragazze che si lanciavano dagli spalti solo per stringergli una mano, sfiorarlo, o per farsi concedere un sorriso smagliante.

Lenny ci ha piacevolmente stupito – nonostante la sua musica sia considerata a volte troppo commerciale in ambito rock – anche perchè, come accennavamo in precedenza, il live tenutosi all’Arena di Milano qualche anno fa non fu assolutamente così rock and roll e trascinante. Forse Lenny era semplicemente in gran forma, oppure (e qui sorge un dubbio) anche Kravitz è consapevole che “Black and white America” non è certo uno dei suoi album meglio riusciti. E allora perché non dare il meglio di sé in versione live per stimolare la gente a comprare anche il suo ultimo disco?


Kasabian: tutta un’altra musica

La musica che arriva dall’estero sembra sempre migliore di quella italiana (ci vuole poco), ma le band che giungono dall’Inghilterra hanno davvero un qualcosa in più. Come i Kasabian, che dopo la morte del brit pop sono riusciti a farsi spazio nel mondo della musica indie targata UK.

Il 20 Novembre 2011, presso l’Alcatraz di Milano, la band del bellissimo e super sexy Tom Meighan si è esibita live per presentare il nuovo album intitolato “Velociraptor”. Un disco che non ha deluso le aspettative dei fans e neanche quelle della critica. I Kasabian hanno ancora tanto da dare musicalmente e dal vivo sono stati una vera rivelazione.
L’apertura del concerto è stata assegnata al “singolone” “Days Are Forgotten”, brano dal tiro pazzesco, che però in versione live non è stata in grado di suscitare la stessa carica emanata dalla traccia dell’album. I riff del nostrano Sergio Pizzorno infatti, erano un pochino sotto tono, sia durante “Days Are Forgotten” che in alcuni dei brani successivi.
Ad ogni modo il concerto è partito lo stesso con un’esplosione di grida e di entusiasmo da parte dei presenti all’evento che oltretutto ha registrato il sold out.

Meighan è salito sul palco con jeans e giacca di jeans e con degli occhiali neri calati sul viso che si è tolto soltanto poche volte durante l’esibizione, e con una nuova capigliatura in stile rockabilly.
La scaletta è poi proseguita sulle note della bellissima “Shoot The Runner” “Velociraptor!”, “Underdog”, “Where Did All The Love Go?”. E poi, la travolgente “I.D.”, “I Hear Voices”, “Take Aim” per poi giungere alla più che acclamata “Club Foot”, canzone stupefacente tratta dal loro omonimo disco d’esordio.
La cosa più divertente è stata quella di assistere al concerto circondati da brutti ceffi inglesi che sembravano degli Hooligans ubriachi, ma che cantavano ogni singola parola dei testi dei Kasabian. Alcuni non si reggevano in piedi, altri parlavano in continuazione, ma il tutto ci è sembrato molto caratteristico e per un attimo abbiamo avuto l’illusione di trovarci a sentire la band in un tipico club londinese (anche se loro, in Inghilterra, ormai si esibiscono nei palazzetti dello sport).

Il live è proseguito con “Re-wired”, altro bellissimo brano tratto da Velociraptor, per poi rituffarsi nel passato con la marcia di “Empire”. Dopo alcuni intermezzi durante i quali il trombettista ha suonato una parte dell’inno di Mameli (in onore di Pizzorno e dell’Italia) e il chitarrista si è lasciato andare sulle note della canzone di Pulp Fiction dopo “Fast Fuse”, Tom ha acquisito un tono un po’ più serio per eseguire la ballata “Goodbye Kiss”, per poi riesplodere con grande carica sulla storica canzone “L.S.F. (Lost Souls Forever)”, brano che li ha resi celebri in tutta Europa e non solo. Il bis si è rivelato invece molto “tamarro”. I Kasabian, dopo una brevissima pausa, sono tornati sul palco con la canzone “Switchblade Smiles”, altra traccia presente in Velociraptor, che dal vivo rende decisamente molto di più che su disco e che è stata capace di trasformare l’Alcatraz in una sorta di rave dai tratti comunque “rockeggianti”. Ultimi istanti di delirio durante “Vlad The Impaler” che poi ha lasciato spazio al brano di chiusura “Fire”, dove tutti, ma proprio tutti hanno intonato almeno il ritornello, facendo gasare ancora di più Tom e compagni.
Una scaletta quasi perfetta, una magnifica esibizione che ci ha permesso di capire che Meighan dal vivo ha anche una gran voce (oltre ad essere bello e arrogante come piace a noi). Alla faccia degli Oasis.