Il mio amore per il Medio Oriente
Non si può capire il Medio Oriente se non si è mai sentito cantare un muezzin dall’alto del proprio minareto. Quel loro salmodiare inneggiando a Dio è ipnotico e magico. Ha un fascino sublime che induce a un ascolto meditativo e immobile.
Cinque volte al giorno di canti, per ricordarci che siamo qui solo di passaggio, e che diamo troppa rilevanza alle cose materiali.
L’Islam è sottomissione a ciò che Dio vuole, se lo vuole: Inshallah.
Nel Corano non si parla bene delle donne, e nemmeno nella Bibbia o nelle Upaniṣad indiane. Anche i tanto pacifici induisti dicevano che si poteva battere una donna con un bastone.
Eppure, ho sempre amato andare in Medio Oriente. È peggio del Mal d’Africa. Sento il richiamo dei beduini, della polvere e del sole. Sarà per il deserto, per il canto dei muezzin, per l’aria torrida e sensuale, per i sapori e gli odori e i tamburi.
C’è qualcosa che urla nel deserto. È un richiamo ancestrale. Qualcosa, in quell’immenso vuoto, sembra ululare il tuo nome alle stelle. È più forte del richiamo di una madre o di un padre. Non lo si può ignorare.
Ho visitato Israele, la Giordania, l’Oman, gli Emirati, l’Egitto, la Turchia. Ho portato allieve a meditare nel deserto del Wadi Rum e del Sahara. Ho una dipendenza per l’hummus. Ho visto gli uomini guardarmi male mentre fumavo in pubblico. Ho toccato il Muro del Pianto e quello che divide Betlemme. Ho posato una mano sul Santo Sepolcro. Ho cavalcato dune d’oro e rosso sangue. Sono entrata nelle Piramidi e nei templi dei faraoni. Ho sentito cantare inni tra i camini delle fate della Cappadocia.
In pochi altri posti al mondo si sente la potenza della storia come in Medio Oriente. La culla della civiltà. Un tempo, Alessandria, era la capitale della cultura, delle mode, dei santi e dei peccatori. Quelle distese di sabbia sono state attraversate e vissute dai Padri cristiani del deserto, eremiti del Nulla, incapaci di fare del male a una mosca, considerati da molti degli eretici.
Perché la spiritualità non ha mai fatto del male a nessuno, la religione sì.
Leggi il libro della Sapienza. Poi leggi i giornali di oggi. Si parla delle stesse cose. Degli stessi conflitti, delle stesse guerre. Della Terra Promessa. Non è cambiato nulla. Dopo secoli e secoli.
I conflitti non esplodono solo per motivi economici. Le guerre scoppiano perché ogni parte del mondo vuole imporre il proprio credo sull’altro. Qualunque esso sia.
Ma basterebbe una tempesta di sabbia a far ricordare a tutti chi o cosa comanda.
Un provervio Tuareg dice: “Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima”.
Il giorno in cui finirà il petrolio (e finirà), forse il deserto tornerà a essere il deserto, un luogo che racchiude i segereti più reconditi dell’uomo e di Dio stesso. Il luogo dove risiede la saggezza del Nulla, la patria della Nube della non conoscenza. Dove sopravvive chi sa adattarsi. Dove essere malleabili non è un difetto. Dove il silenzio non induce timore ma possibilità di pace e speranza, purché s’intraprenda la via del distacco.
Fino a quel giorno, resteremo con il fiato sospeso, cominciando a capire quanto sia necessario imparare a “fare deserto”. In un mondo che scuote e mette alla prova anche gli animi più impavidi e i cuori più cinici, è ora di trovare un posto sicuro almeno dentro sé stessi.
Non c’è più tempo.
