Curare ciò che non si può curare

Le parole spingono per uscire, come durante un parto. E si è in travaglio finché non si mettono su carta.

Guardo il vento scompigliare tutto tranne le stelle, che si cannibalizzano da sé. Non hanno bisogno di nessuno, le stelle.

Sono quello che sono e non pretendono di essere capite.

Sono così stanca eppure così famelica.

Hanno provato a curare ciò che non si può curare: sentire.

Uno squarcio nel tempo e nessuno a indicare la via, perché non c’è nessuna via e non c’è mai stata.

Sono stata felice solo altrove, nei cambi di prospettiva.

Devi farti attraversare dalla follia senza timore, perché in realtà non si tratta di follia ma di lucidità, insopportabile lucidità.

La consapevolezza dell’assurdità, che è così forte da rendere le circostanze una tempesta che travolge, una nube da cui non può uscire luce e dove comunque è tutto così dannatamente chiaro.

E certe notti il riposo del guerriero è lontano tanto quello eterno.

Non resterà nulla di noi?

Se è così, voglio almeno passare il tempo a continuare a vedere l’unico splendore di cui disponiamo: la sublime bellezza dei paesaggi non più necessari.